I vicini della Luna di Gagarine
Una favola metropolitana ambientata in una banlieue parigina. La storia nasce da un vero fatto di cronaca: la demolizione di Cité Gagarine, un vasto complesso di alloggi popolari in mattoni rossi situato nella periferia di Parigi. L’architettura del tempo puntava molto sugli edifici alti, al fine di sgomberare le baraccopoli che si estendevano per tutta la periferia della capitale francese.
Nel giro di qualche decennio tuttavia queste utopie collettive architettoniche diventarono veri e propri quartieri che non di rado furono stigmatizzati e rasi al suolo per fare posto a nuovi progetti di riqualificazione urbana. Nel 2014 fu presa la decisione di demolire anche il complesso immobiliare di Cité Gagarine.
Nel film il giovane Youri, che ha vissuto tutta la sua vita in quel palazzone che ricorda Corviale, insieme ai suoi amici Diana e Houssam, si unisce alla resistenza e intraprende una missione per salvare Gagarine, trasformando la proprietà immobiliare nella sua “astronave”, prima che scompaia nello spazio per sempre.
Dal suo appartamento posto al settimo piano di uno dei tanti edifici Youri sogna dunque di diventare un astronauta, proprio come il primo uomo approdato nello spazio. Yuri Gagarin, presente all’inaugurazione avvenuta nel giugno 1963, diede il suo nome al nuovo quartiere. Il film è stato girato poco prima e durante la demolizione avvenuta nell’estate del 2019 in collaborazione con i suoi residenti.
Gli abitanti di Cité Gagarine sono i “vicini della Luna”. Non condividono il pane, ma un enorme complesso abitativo, che li fa essere una comunità umana multietnica e solidale.
Una parte di un tutto, che non è semplicemente la periferia di una città, ma è anzi il centro di un universo più grande i cui elementi dipendono l’uno dall’altro molto più di quanto possa sembrare. Come la Terra e la Luna sono strettamente connesse l’una all’altra e indispensabili l’una per l’altra, così lo sono i residenti di Gagarine: i ragazzini che alle 11 del mattino si mettono a giocare, le donne inarrestabili che ballano sopra i tetti e che ogni mercoledì e sabato fanno jogging e stretching, il trombettista alla finestra che la domenica sera toglie la sordina e suona per tutti, il neonato e Youri, il sedicenne che ha vissuto tutta la sua vita lì e che resiste alla barbara gentrificazione con la sua immaginazione: sognando di essere un astronauta. Un’illusione nata in difesa di quell’utopia collettiva architettonica.
In Gagarine- Proteggi ciò che ami, opera prima dei due registi francesi Fanny Liatard e Jérémy Trouilh, presentata a Cannes 2020 e definita “una magnifica apparizione” dal direttore Thierry Frémaux, e poi ad Alice nella città alla Festa del cinema di Roma, per usare le parole del Santo Padre nell’enciclica Laudato si’- Lettera enciclica sulla cura della casa comune:
“Tutto è connesso […] Gli esseri umani compromettono l’integrità della Terra e contribuiscono al cambiamento climatico…un crimine contro la natura è un crimine contro noi stessi e un peccato contro Dio”.
Connesso al cosmo e all’universo. Non è un caso che quel complesso abitativo, costruito nei primi anni Sessanta a Ivry-sur-Seine, uno dei comuni socialisti che formano la così detta “cintura rossa” intorno a Parigi, sia composto da 365 appartamenti, esattamente come i giorni che compongono l’anno solare, pari al periodo di tempo impiegato dalla Terra per completare la sua orbita attorno al Sole.
E non è neanche un caso che Youri abiti proprio al settimo piano: il numero “sette”, numero sacro sia nel Vecchio Testamento (nella Bibbia Dio dopo aver creato terra, mare, animali, cielo, l’uomo e la donna, il settimo giorno si riposò) che nel Nuovo Testamento (nel Vangelo il settimo giorno corrisponde alla resurrezione di Cristo, per i Cristiani la domenica è il giorno della festa, della preghiera).
Numero sacro perché è il simbolo di Dio, attraverso il quale proclama la sua perfezione e completezza, sigillo della creazione stessa, difende la Bibbia e la protegge, proprio come lui difende e protegge Cité Gagarine.
È in quell’appartamento che Youri (il non attore Alseni Bathily) sogna di essere un astronauta e costruire la sua navicella spaziale. Nato e cresciuto nell’enorme edificio, per lui come un contenitore materno che si rifiuta di abbandonare (forse perché è l’unico legame che gli resta con la madre che l’ha abbandonato). Ha le sue radici ben salde nel complesso abitativo e la testa tra le stelle.
Ha realizzato una mappa del cielo e una capsula con oggetti di recupero, intrufolandosi negli appartamenti deserti e raccogliendo tutti gli oggetti che gli ex residenti hanno lasciato. Tutto quel che è recuperato diventa parte della capsula serra. Ogni oggetto viene riciclato, in una sorta di economia circolare, da questo combattente della resistenza che cerca di mantenere in vita ad ogni costo un palazzo la cui distruzione è ormai stata pianificata. Lui resiste e semina.
Così, nella capsula la vita continua e prende forma: piante differenti, orchidee, pomodori, zucche e zucchine. Coltiva, irriga, produce, raccoglie e offre (Youri donerà i pomodori del Quebec “che resistono al freddo”, da lui coltivati nella serra, a Diana e alla comunità Rom).
“Nello spazio la cosa più importante è l’aria”, dice Youri. E nella piccola navicella da lui creata vale lo stesso principio. “Deve essere ben ventilata perché così non si creino bolle di Co2”, spiega a Diana. Anche qui tutto è connesso: acqua, aria e terra. E la serra è il frutto dell’equilibrio tra questi tre elementi vitali.
Soffre di vertigini, ma sogna di volare nello spazio. “Non devi guardare in basso, guarda in alto”, dice l’amica Diana (Lyna Khoudri) a Youri quando lo aiuta a salire su una gru prima di bendarlo. Da quella prospettiva, da lassù, non si vede la Tour Eiffel, ma l’intera Cité Gagarine che sembra un’astronave gigantesca. Pronta a partire e a diventare una “periferia celeste”, una periferia dello spazio: come quelle che “stanno intorno alle stelle e intorno al sole e sono meno brillanti, ma le stelle non sopravviverebbero senza di loro”, spiega Youri a Diana.
Allo stesso modo Youri ha bisogno di Diana e viceversa. L’orizzontale ha bisogno del verticale per esserci, e così i piani orizzontali dei Rom con le loro roulotte si intersecano a quelli verticali dei blocchi della torre Gagarine. Due mondi opposti che si parlano da lontano attraverso il codice morse: la “lingua della libertà e del non conflitto”. E che si incontrano come quando avviene un’eclissi (ovvero nel determinato momento in cui tre corpi celesti, Sole-Terra e Luna, sono perfettamente allineati).
Tutto è circolare, non solo l’economia. Ma anche le inquadrature roteano come i pianeti e come gli “artisti rotanti”, che girano intorno al proprio asse (con i ritmi ossessivi dei dervisci, che Battiato cantava in Voglio vederti danzare) senza mai fermarsi come l’amico Houssam mostra a Youri.
In Gagarine- Proteggi ciò che ami, il “pane” vero e proprio non si vede, se non in forma residuale, ma dal forte impatto simbolico. Si vede nelle briciole avanzate dal piatto che Fari (Farida Rahouadj) offre a Youri. Mettendo insieme, una accanto all’altra, quelle briciole di pane, lui disegna sul piatto un piccolo uccello, pronto a volare come un astronauta, e ad avvicinare la Terra alla Luna, la realtà alla poesia.
Il pane è anche presente nelle fette biscottate scadute da tenere come provviste nella navicella da lui creata. Il pane qui è dunque creazione.
Gagarine è anche un viaggio musicale dalla vita alla morte. Dalla bella canzone d’amore Ya Tara di Amine Bouhafa & Lena Chamamyan che appunto significa: “siamo i vicini della Luna” agli strumenti elettronici usati dai fratelli Galperine, come il theremin, fino al silenzio e al vuoto assoluto quando Yuori viene espulso dalla sua abitazione per approdare nel bel mezzo dello spazio e del cosmo.
Ed è proprio nel silenzio che il gruppo di ex residenti si raduna spontaneamente per assistere alla distruzione di Cité Gagarine, per condividere insieme quel momento, come davanti a un’eclissi, e per salutare con le lucine, come in un concerto senza musica, il loro mondo che scompare.
Gagarine-Proteggi ciò che ami è un film di morte e di resurrezione. Youri è un eroe tragico moderno che cerca di mantenere vivo in ogni modo il suo mondo. Un mondo che chiede aiuto e ci lancia un grande Sos. Ma non è tutto perduto quel che si può trasformare. La vita penetra nonostante tutto e fuoriesce in quel palazzone dove gli addetti alla demolizione con indosso le tute protettive camminano simili a tanti astronauti.
Come Gesù (l’ultima immagine sembra il Cristo ne La Deposizione di Caravaggio) anche Youri si fa sacrificio affinché l’uomo e l’intero cosmo ritrovino un’armonia possibile. Ricostruisce un ordine violato e si fa dono. Accoglie il potere rigenerativo e vitale della natura e si inserisce nei solchi di una terra già spezzata e ferita al fine di ricavarne frutto. Il cambio di prospettiva è ecologico e rivoluzionario: da “noi siamo la Terra” a “siamo i vicini della Luna”, ovvero facciamo parte di un tutto e di un universo ancor più grande che va protetto.
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I vicini della Luna di Gagarine