Correva il giorno 14 marzo dell'anno Duemilaventi dopo la nascita di Nostro Signore Gesù Cristo, anno bisesto. Erano, ormai 20 giorni che la più grande epidemia della storia contemporanea impazzava per l'Europa e, soprattutto, nel Bel Paese. Tutto era iniziato la mattina del 23 febbraio, quando la Lombardia, e specialmente la Diocesi di Milano, si preparava a festeggiare il momento più pazzo e divertente dell'anno, il Carnevale . Quivi, in un piccolo paesino del Lodigiano, aveva fatto irruzione il più piccolo e subdolo terrorista proveniente dalla zona asiatica, il "Corona Virus o COVID-19": un virus proveniente dalla Cina, che già in Oriente aveva seminato morte e distruzione.
Psicosi e panico furono inevitabili: paesi isolati, ricerca spasmodica di "presunti untori", mezzi in crash, fuga disperata verso il Sud, supermercati depredati, volti offuscati da minacciose maschere chirurgiche, manifestazioni sospese e soprattutto... scuole chiuse!
La vita delle persone venne profondamente sconvolta: niente più contatti, niente più uscite, niente....
Unica via di fuga l'IMMAGINAZIONE! Per questo, 22 ragazzi creativi (13 fanciulle e 9 fanciulli), reclusi nelle proprie dimore, ma con potenti mezzi di comunicazione, per uscire dalla noia della quarantena, decisero di iniziare a scrivere e raccontare dei brevi racconti, su modello del famoso Decameron di Boccaccio
Inizialmente era difficile distaccarsi dalla Weltanschauung, così spontanee furono delle riflessioni sulla situazione vissuta...
RIFLESSIONE 1: "Con questo disegno ho cercato di comunicare il fatto che con poco si potrebbe riuscire a difendersi dal virus che in questo periodo sta sconvolgendo l'Italia ed il resto del mondo, ovvero mantenendo le mani igienizzate. Tuttavia, anche un gesto così semplice è diventato molto problematico e non accessibile a tutti, ma che con la società materialista e consumista in cui ci troviamo dato che hanno iniziato a presentarsi dei sovrapprezzi incredibili, anche su dispositivi, che teoricamente servirebbero per mantenere la sanità dell'intero Paese. Inoltre, confrontando gli avvenimenti di questi giorni con quelli della peste al tempo del Decameron, si può notare una grande differenza: se al tempo della peste, le persone ignare di quello che stesse succedendo, stavano chiuse in casa perchè impaurite; ora ,proprio perché sanno di cosa si tratti, se ne vanno in giro tranquillamente, come se niente fosse, incrementando, aiutando così il diffondersi del virus e rendendolo anche più mortale di quello che già non fosse di base. Questo aiuta a comprendere come sia cambiata la società in meglio sotto alcuni punti di vista, ovvero quello medico scientifico, il quale si sta impegnando a fondo per risolvere al più presto il problema , e politico, infatti , io personalmente, sono stato sorpreso da come il governo attuale sia riuscito a gestire bene la situazione; però da altri punti di vista, tuttavia, la società è peggiorata diventando ignorante, da non intendere come insulto, ma nel senso che “ignora”: ignora il fatto che questo virus sta diventando più pericoloso di quello che non fosse all'inizio, dunque, nonostante venga continuamente detto tramite tutti i mezzi di comunicazione di cui disponiamo in quest'epoca, le persone, in particolare i giovani (da sottolineare), continuano ad andarsene in giro, come se nulla fosse."
RIFLESSIONE 2: Tempo fa in Italia ci fu un periodo buio, quasi un ritorno al Medioevo, che arrivò, proprio come la peste, infestando le nostre città. Nel 2020 un altro pericoloso virus, anch'esso proveniente dall'Asia, si insinuò nuovamente nel nostro Paese, soprattutto nel Nord Italia, colpendo in maniera aggressiva il Veneto e la Lombardia. Proprio in quest’ultima regione, incontriamo la protagonista del nostro racconto, una giovane ragazza nata e cresciuta nel lodigiano , precisamente a Casalpusterlengo. Sin da piccola era stata affascinata dal mondo della medicina ,in particolare, questa sua passione, poi diventata professione, era nata grazie a “L’allegro Chirurgo”. E così, a differenza dei suoi compagni, aveva avuto sin da subito le idee chiare riguardo la scuola da scegliere e finito il Liceo Scientifico, si era iscritta alla facoltà di medicina. Una volta laureata aveva, poi, trovato un posto di lavoro da ricercatrice in un piccolo laboratorio, poco fuori il capoluogo lombardo.Erano ormai circa quindici anni che lavorava lì, anche se, purtroppo il suo entusiasmo iniziale era inevitabilmente scomparso. Quando il temibile Coronavirus raggiunse l’Italia e il suo paese, purtroppo i suoi genitori ne furono colpiti e lei, per precauzione, fu fu trasferita dal quel piccolo laboratorio, in un altro ancora più piccolo. Qui conobbe una ragazza neolaureata, ma molto in gamba; parlandoci scoprii che anche lei si trovava nella sua stessa situazione: anche i suoi genitori erano stati contagiati; erano, dunque, “sulla stessa barca”, entrambe disperate, ma determinate a ricercare insieme una soluzione.Decisero perciò che dovevano aiutarsi a vicenda per poter trovare un antivirus efficace. Furono mesi molto difficili e duri, lavorarono spalla a spalla anche dieci ore al giorno,passarono nottate intere a studiare e ricercare, ma alla fine ne valse la pena: riuscirono a trovare un farmaco in grado di sconfiggere il Covid-19, somministrando semplicemente una puntura. In un attimo si trovarono dal lavorare in un piccolo laboratorio ad essere responsabili del più grande e importante laboratorio per la produzione di antivirale contro il Coronavirus. Grazie al loro lavoro, in tutto il mondo, iniziò a nascere un piccolo, ma intenso, barlume di speranza.Con questo racconto, ho voluto dare testimonianza di tutto l'amore e forza di volontà che le persone arrivano ad impiegare per salvare i propri cari e, personalmente, se avessi l'opportunità di fare qualcosa per salvare anche solo una persona, anche io darei tutto me stesso.
RACCONTO 1: Un brusio, voci confuse, un bip-bip continuo.Dove sono? Cosa mi è successo?Tento di aprire gli occhi, piano, molto piano, sembrano incollati.Fatico anche a respirare, il mio olfatto identifica un odore strano, di disinfettante. Realizzo. Sono in ospedale. Non ricordo nulla di quel che mi è successo, di come possa esserci finito qui.Passano alcune ore. I miei genitori adesso sono qui, li hanno chiamati, sui loro volti leggo felicità, incredulità. Ma non parlano, non mi dicono nulla, se non di stare tranquillo.Ma tranquillo per cosa? Non me la raccontavano giusta.Fuori dalla porta due sconosciuti, vogliono parlare con me.Chi sono? Perché vogliono parlare con me? Forse loro sanno come possa esserci finito in ospedale. Il medico gli consiglia di tornare domani. “E’ troppo presto” dice, deve ancora riprendersi del tutto.Riprendermi da cosa? Io ci voglio parlare con questi, ho bisogno di sapere, nessuno mi dice niente.Il giorno dopo, rieccoli, sono sempre gli stessi. Entrano e si presentano: “Sono l’Ispettore Russo e lui è il mio collaboratore”.Dopo avermi chiesto le mie generalità, mi raccontano una “storia” assurda, di un qualcosa che dovrebbe essere successo circa tre settimane fa.Sì perché, sono stato in coma per ben 20 giorni. Io in coma? Ma quando mai...E ancora. Sono indagato, anzi no, sono il primo sospettato per un omicidio avvenuto il 13 settembre scorso. Ma come? Chi è morto? Chi avrei ucciso? No, vabbè, questi sono pazzi. Hanno sbagliato persona, magari è uno che mi somiglia, avranno visto un video di una telecamera di sorveglianza e mi hanno confuso con qualcun altro.Insistono. E quindi vogliono i dettagli di quella sera. Dov’ero il 13 settembre?Ah già, il 13 settembre era il giorno della mia festa di compleanno...Sì, ero ovviamente alla mia festa, ero il festeggiato!Quindi, chi hanno ucciso alla mia festa? Ma soprattutto, chi ha ucciso chi?Dopo più di un’ora, mi svelano il mistero. E’ morta Giada. Non è possibile, questi stanno inventando. E’ uno scherzo.Ma se era con me alla mia festa?No, un attimo, c’è qualcosa che non quadra.Secondo questi due, io avrei ucciso la mia ragazza. Non esiste.Dunque, cerchiamo di chiarire, io non ricordo nulla, se non di aver veramente bevuto tanto,oserei dire l’impossibile. Ma da lì ad uccidere ce ne passa. E poi lei, la mia Giada.Mi viene da piangere, anzi no sto piangendo, non posso crederci.Non ricordo nulla. Loro insistono, l’hanno trovata nel parcheggio della discoteca. Hanno subito chiamato i soccorsi, ma non c’è stato più nulla da fare.Ma perché io, chi vi ha detto che sono stato io?E come è morta? Magari le è venuto un malore e nessuno se n'è accorto.Ma io dov’ero? Boh, non ricordo e non capisco.Passati alcuni giorni,mi dimettono. Mi sono ripreso del tutto, tranne la memoria, non ricordo nulla di quella maledetta sera.A casa mi trattano come se mi mancassero pochi giorni da vivere. Nessuno però mi fa domande; nessuno mi chiede di ricordare; nessuno mi dice cos’è veramente accaduto. La testa mi fa sempre male, ma il dottore mi ha detto che ci vorranno alcune settimane, è normale. Normale per chi? Io non ho mai sofferto di mal di testa. Mi hanno forse menato?Chi, chi mi ha picchiato? Devono per forza avermi messo fuori gioco, non può essere che l’alcol mi possa aver messo KO. Perché? Per fare cosa, per farmi cosa, per far cosa a Giada?Sto male, questa situazione mi scatena rabbia. Ma non ricordo, non ricordo niente. Sì ok, c’era tanta gente, abbiamo festeggiato, per forza era una festa, la mia festa. Abbiamo bevuto, tutti hanno bevuto, anche Giada ha bevuto.Tornano i due poliziotti. Hanno bisogno di chiarire alcune cose. Ma se non ricordo, cosa vogliono da me? Niente, continuano a farmi domande. Pian piano, con le loro spiegazioni, mi rivelano cos’è accaduto.Giada è stata trovata morta, verso la 1.30 nel parcheggio della discoteca.Mi viene da chiedergli chi l’ha trovata e perché sostengono che sia stato io. Mi dicono che sono stato visto uscire dal locale infuriato, perché lei se ne stava andando con un altro. Un altro chi? Allora è stato lui, perché avrei dovuto ucciderla, anche se avevamo litigato,come succede a chiunque, e poi.... perché lei se ne stava andando con un altro?Niente, non c’è niente da fare, deve tornarmi la memoria, altrimenti non ne usciamo. Ho bisogno di aiuto. A chi posso chiedere. Non ai miei, sono già abbastanza provati e non sfiorano neanche l’argomento. Sono chiuso in casa, non posso uscire o meglio non mi fanno uscire. Chiamo Luca, lui c’era ed è stato lì tutto il tempo, almeno fino a che ricordo io. Deve darmi una mano.Luca temporeggia, sembra abbia da fare, cribbio dico io, deve aiutarmi, se non mi aiutai mi mettono in galera questi. Sto già malissimo per Giada e lui mi molla così.Si inventa che gli hanno detto di non parlarmi, che non devo avere contatti con chi era alla festa, perché potrei crearmi degli alibi. Ma quali alibi, io non ho bisogno di alibi, non ho fatto niente!Il mal di testa continua ad infastidirmi, ma allo stesso tempo sembra aiutarmi, sembra che il mio cervello giri al doppio della velocità, qualcosa comincia a farsi strada. Non ho mangiato la torta, ho sciabolato una bottiglia magnum, ho tagliato la torta, ma non l’ho mangiata. Ero troppo bevuto, avevo nausea e quindi non ho mangiato la torta.Ma Giada era lì da parte a me, stava bene e lei la torta l’ha mangiata.E poi? Boh, niente, il vuoto.Nessuno vuole aiutarmi, non è come nei compiti in classe, qui nessuno mi suggerisce.Qualche giorno e questi ritornano, faranno ancora le stesse domande, e io cosa gli racconto se non mi ricordo. Possibile che indaghino solo su di me, io che non so niente, che non ho fatto niente o almeno credo di non aver fatto niente.Altri ricordi. Affiorano a poco a poco. Sono uscito, li seguivo, ma perché e poi chi era quello con cui stava uscendo Giada. Adesso ricordo la faccia, ma non il nome. Io quello non lo conosco, non l’ho mai visto. Perché era alla mia festa, chi cavolo l’ha invitato! Sicuro un imbucato. A chi posso chiedere, se è uscito con Giada di sicuro Francesca lo conosce, non può non conoscerlo, Giada era la sua migliore amica. La chiamo, piange appena sente la mia voce, anche lei mi dice che non può parlare con me, ma come... se non può aiutarmi nemmeno lei chi cavolo può farlo. Alla fine si arrende, avevo ragione, lei lo conosce, l’ha invitato lei. Uno di quinta, che ci provava con Giada.“Sei scema- dico io-inviti uno alla mia festa che ci prova con la mia ragazza?”Mi incazzo, le sclero addosso. Inutile, lei continua a piangere, non capisco niente di quello che dice in mezzo ai singhiozzi. Così non risolviamo nulla. Calmiamoci, entrambi. Ricominciamo da capo. “Giada se ne stava andando con questo. Il nome? Come si chiama?” “Jason, si chiama Jason è all’ultimo anno, l’ho invitato perché sono persa per lui”, dice. “Grazie al cavolo, ma se lui non ti fila che senso ha?”Vabbè. Rivedo la scena, anzi me la immagino perché non la ricordo ancora.Vedo uscire Giada con questo tizio. Probabilmente avevamo litigato, io e lei, altrimenti non regge. Li seguo, anche se mi pare strano che Giada fosse potuta andare via dalla mia festa con uno sconosciuto. E poi cosa sarebbe successo?Un flash. Ci sono, sono ubriaco, ma ci sono. Barcollo, lei mi strilla contro, “Sei un idiota puoi mai ridurti in questo stato”. “E’ la tua festa e ti comporti così, mi hai rotto con le tue cazzate”, ricordo che si allontana, da sola però.La seguo, questo “Jason” le si avvicina, le dice qualcosa all’orecchio. Già ero fuori di me, appena vedo la scena mi va il sangue al cervello. Escono insieme. Arrivano vicino ad una macchina, la sua, ovvio ha la macchina, è di quinta. Corro, li raggiungo. Dopo alcune frasi pesanti dette senza pensarci, lui, grande e grosso inizia a spintonare. Mi difendo, per quel che posso. Vedo Giada avvicinarsi, si mette in mezzo.Lui spintona me e poi lei, che finisce rovinosamente a terra. Credo di aver perso i sensi in quel momento. E’ tutto nero. Il mio ricordo successivo è il risveglio in ospedale.Lui, può essere stato solo lui. Come dimostrarlo alla polizia.Mi servono dei testimoni, un video, possibile che nel parcheggio non ci siano telecamere.Perché nessuno ha detto che Giada era uscita con un altro. Con quel Jason.Ora sono io che ho bisogno di parlare con la polizia. Devono sapere che ricordo.Non perdono tempo, mi ascoltano, vogliono i dettagli, anche se un po’ confusi, ripeto una, due, tre volte quel che ricordo. Sono convinti, li ho convinti. Adesso devono arrestare il vero colpevole.
RACCONTO 2: La sua mente era tanto incasinata, quanto i fatti a cui aveva assistito…Nella sua testa ormai quelle immagini giravano come il nastro di un film…Sempre più forti, sempre più reali, sempre più vicine. Melanie era una giovane ragazza bella, atletica e solare, nonostante la traumatica infanzia dovuta ai maltrattamenti subiti da entrambi i genitori. All' età di 16 anni, infatti, fu affidata a molteplici famiglie, ma nessuna sembrava andare bene per lei, a causa dei suoi continui incubi notturni accompagnati da urla di terrore.Dopo svariati anni passati tra istituti e case famiglia, al compimento dei 18 anni decise di iscriversi all'accademia militare, per realizzare il suo sogno di aiutare e proteggere il prossimo. Per questo motivo, divenne un’ agente di polizia.Tutto sembrava procedere per il verso giusto, i casi a lei assegnati venivano risolti in tempi record.La mattina del 17 marzo, sembrava un giorno come tutti gli altri, finché alla centrale non arrivò una chiamata inconsueta. La famiglia Wilson era stata assassinata nella propria fattoria; l’allarme era arrivato dal figlio minore Peter. Le pattuglie, quando arrivarono sul luogo del delitto, si trovarono di fronte ad una scena raccapricciante, i corpi erano stati smembrati e ogni membra del corpo era appesa alle travi con ganci da macello, tutto tranne le teste.Oltre ai cadaveri gli agenti non riuscirono a recuperare alcuna prova da collegare ad un possibile colpevole. A distanza di qualche settimana, anche i genitori di Melanie vennero trovati senza vita nella loro casa, anche loro smembrati, senza alcuna traccia del colpevole. Melanie ne rimase talmente sconvolta, che le sue ottime prestazioni cominciarono a precipitare; la sera stessa, lungo il tragitto di ritorno a casa, la sua mente riniziò ad annebbiarsi: allucinazioni, ombre e fotogrammi di persone smembrate, iniziarono a darle il tormento.I suoi superiori, preoccupati per la sua salute, dopo essersi consultati decisero di allontanarla temporaneamente dal servizio. Così Melanie, da poco trasferitasi in una piccola e cupa casa ai margini della periferia di Boston, si ritrovò a vivere sola, con un bizzarro gatto trasandato, il quale trascorreva tutta la giornata aspettandola, sostando davanti all'uscio di casa.Una mattina si alzò, e, come di routine, corse per tutto l’isolato: infiniti chilometri di fitta boscaglia la circondavano, ma nulla sembrava spaventarla. Improvvisamente si ritrovò all’ ingresso di una vecchia cascina, sporca, e con le fondamenta che sembravano cadere a pezzi. Rimase pietrificata per qualche istante, poi, riprese a correre verso casa. Dopo una doccia rigenerante, si accoccolò sul divano in compagnia del suo amato gatto, addormentandosi. Passarono diversi giorni, e il pensiero di quel casale andò svanendo, ma i suoi incubi si fecero più frequenti e realistici. Nei suoi ricorrenti sogni persisteva la figura offuscata di un volto scavato e sogghignante che vestiva di bianco con un punto luce sul petto.In una sera buia e tempestosa , mentre Melanie stava rilassata a leggere un libro, una raffica di vento spalancò con un frastuono la finestra, facendo così scappare il gatto.Presa dal panico, lo inseguì, ritrovandosi nuovamente di fronte alla cascina diroccata.Sentendo lontani miagolii, provenienti dall’ interno, entrò, e solo dopo averlo recuperato si rese conto che un odore acre e pungente impestava l’ambiente. Alzò lo sguardo e, appese al soffitto, vide tre teste decapitate. Uscì e chiamò immediatamente la polizia, che effettuando il sopralluogo non trovò altro che resti di maiale; dopo vari accertamenti decisero di internare Melanie nella struttura psichiatrica Mental Healt Centerin in Massachusetts. Dopo settimane di ricovero tra continui incubi, allucinazioni e notti in bianco, intraprese il primo colloquio con lo psicologo; un nuovo infermiere si presentò nella sua cella per accompagnarla, il volto scavato e il suo “falso” sorriso, sembravano volerle ricordare qualcosa…Melanie, da buon agente che era, percepì che in quell’ uomo si nascondeva qualcosa di misterioso.Cominciò a mentire allo psicologo, fingendo di non avere più disturbi del sonno, ottenendo, così, una maggior libertà per buona condotta. Avendo accesso alla biblioteca e ai computer cercò di raccogliere il maggior numero di informazioni sull’ infermiere, anche con l’aiuto di Jon, suo unico amico e collega fidato.Indagando e collegando il caso della sua famiglia e della famiglia Wilson, risultò che entrambe le esecuzioni erano opera dello stesso serial killer. Gli incubi di Melanie persistevano, ma ogni volta evidenziavano nuovi dettagli; in uno degli ultimi, l’uomo dal volto scavato con il camice uscì dall'ombra, lasciando intravedere una fotografia delle due famiglie riunite e sussurrò: “siamo liberi non ci faranno più del male!” Si svegliò all'improvviso, come se qualcuno le stesse respirando sul viso, si accorse che la porta della sua cella era socchiusa, le venne il dubbio che qualcuno fosse entrato e che quella voce che gli sussurrava non fosse un sogno ma realtà, Peter era lì.
RACCONTO 3: Come tutte le sere d’estate i ragazzi escono di casa per stare con gli amici, scambiare due chiacchiere e fare festa. Allo stesso modo un ragazzo di nome Alex, uscì di casa verso il tardo pomeriggio per andare a festeggiare dal suo amico Michael. Arrivato lì, incontrò molta gente che non vedeva da parecchio tempo e decise di scambiare qualche parola con alcuni di loro. Si iniziò, così, a mangiare al cospetto di tutti gli invitati, poco dopo e Michael iniziò ad aprire i regali e a ringraziare tutti uno ad uno; verso mezzanotte i ragazzi iniziarono la vera festa con musica alta e alcool. La festa però, come sempre, finì e tutti tornarono a casa, tranne Alex che si fermò per riordinare la casa prima che tornassero i genitori di Michael. Alex, infatti, non abitava molto distante da Michael e decise di tornare a casa a piedi, non appena avesse terminato di aiutarlo. Mentre tornava a casa però, passando per il parco, vide due uomini, uno altissimo e uno bassissimo senza occhi, naso e bocca che stavano portando via una ragazza svenuta. All’inizio non sapeva cosa fare, se andare a casa e far finta di niente oppure affrontare i due uomini; dopo qualche esitazione, prese coraggio e decise di prendere in mano il telefono e chiamare la polizia, ma il telefono non prendeva. Allora, nonostante le sue indecisioni, Alex decise di seguire i due uomini per salvare la ragazza, ma a un certo punto fece rumore e venne notato dalle due strane figure i che si misero a rincorrerlo. Durante la tentata fuga però, Alex cadde, svenne, lo catturarono e lo portarono in un manicomio abbandonato. Appena si risvegliò, si ritrovò in una stanza con un braccio legato al letto con una corda e, non sapendo cosa gli sarebbe potuto accadere, cercò un modo per liberarsi e fuggire. Di fianco a lui c’erano molti attrezzi che gli facevano pensare che lo avrebbero ucciso, ma lui non voleva di certo assecondare i loro piani: . con fatica riuscì ad afferrare una forbice con il braccio libero e tagliò la corda; appena si liberò, si alzò e cercò di fuggire, ma venne scoperto dagli uomini, che nel frattempo si erano quadruplicati e organizzati per l'inseguimento Alex in men che non si dica venne ricatturato, tuttavia questa volta non venne isolato, ma rinchiuso nella stessa stanza , della ragazza che era svenuta al parco. I due iniziarono a parlare e la ragazza scoprì che Alex era con lei perché aveva cercato di salvarla, mentre i due uomini volevano catturarla; insieme riuscirono ad uscire dalla stanza e a fuggire dal manicomio nonostante vennero inseguiti ancora. Dopo aver rischiato di essere catturato più volte, appena uscito dal manicomio, Alex, si nascose in una foresta, mentre la ragazza andò verso casa. Alex, in lontananza vide gli uomini senza faccia che si dirigevano verso di lui e decise di rimanere fermo per non farsi notare. Tutto sembra quasi surreale e misterioso, quello che però voi lettori non sapete, è che in una stanza del manicomio però, vi era un normalissimo uomo seduto davanti a numerosi schermi, sui quali veniva mostrato ciò che le diverse telecamere individuavano. In uno di questi schermi, apparve Alex nascosto dietro un albero, circondato da infermieri e dipendenti del manicomio stesso intenti a fermarlo. È stata tutta opera della pazza mente del ragazzo o gli uomini senza volto esistono davvero?
RACCONTO 4: Dopo aver visto la madre togliersi la vita, quando era ancora un bambino, Alan, crede di non poter più provare emozioni e di vivere nella completa anaffettività. Grace ventunenne della periferia di Seattle, inizia a disprezzare la propria vita dopo che un giorno il padre non rientrò più dal lavoro, abbandonando così lei e sua madre. Quest’ultima completamente assorbita dalla sua nuova vita accanto al nuovo compagno, trascura la figlia. I due giovani, tanto diversi, ma allo stesso tempo attratti l’uno dall’altro, provenendo da situazioni simili, iniziano una relazione; ed entrambi esausti della loro vita decidono di fuggire insieme, prendendo il primo autobus senza preoccuparsi della destinazione. Una volta lontani da casa, Alan e Grace si sentono finalmente liberi di fare ciò che vogliono, dimenticando, però, di non avere soldi a disposizione. Costretti a fare l’autostop, vengono raccolti da un uomo di mezza età, che sembra volerli aiutare. I due ragazzi raccontano all’uomo della loro fuga, così decide di aiutarli, dandogli del denaro. Grazie ai soldi ottenuti, Alan e Grace possono passare la notte in un motel. Questa sosta gli darà tempo per conoscersi più a fondo e di scoprire i lati più nascosti di entrambi. L’indomani i due si rimettono in viaggio, con un obiettivo: raggiungere il porto e prendere la barca del patrigno di Grace. Per pianificare il viaggio, entrano in questa casa apparentemente disabitata. I muri completamente bianchi, un arredamento un po’ antiquato e, sopra la tv, un grande quadro che ritraeva un uomo. Dopo aver passato ore ad organizzare il piano, Grace crolla in un sonno profondo, mentre Alan invece, resta sveglio invaso da mille pensieri. Nel bel mezzo della notte si sente un rumore: la porta d’ingresso si apre, evidentemente la casa non era abbandonata e il proprietario era di ritorno. Alan si precipita dentro alla cabina armadio per nascondersi, lasciando un piccolo spiraglio per spiare. Si iniziano a sentire dei passi che pian piano si avvicinano sempre di più, fino a che, a un certo punto, la porta della camera si apre e entra un’uomo dall’aspetto elegante e relativamente raffinato: era l’uomo ritratto nel quadro. Il rumore della porta sveglia Grace e, tutto un tratto, si trova accanto quest’uomo. Per lo spavento inizia a piangere e cerca di allontanarsi, quest’ultimo le si avvicina nuovamente provando a tranquillizzarla. Grace però non era affatto tranquilla, soprattutto, dopo che l’uomo aveva chiuso la porta a chiave e, con un’aria inquietante, le si era avvicinato. Grace cerca fuggire, ma l’uomo le afferra i polsi, tenendola ferma. Di punto in bianco il campanello suona, l’uomo esce dalla stanza e Grace ne approfitta per cercare di fuggire, si avvicina alla finestra per guardare l’altezza, si mette in piedi sul cornicione e si fa coraggio. Quando però Grace si decide a saltare, si sentono dei passi sulle scale: lo sconosciuto e inquietante proprietario stava tornando. La ragazza ancora più spaventata si fionda sotto al letto cercando di nascondersi, ma l’uomo la vede subito, la afferra per i capelli e la trascina fuori. Lei terrorizzata lo supplica di lasciarla andare, ma lui non cedeva, anzi la lega una sedia e le mette del nastro sulla bocca, così da non farla urlare, per poi uscire inspiegabilmente dalla stanza. Se n’era andato per qualche minuto, tempo sufficiente per far sì che Grace veda Alan ancora nascosto nell’ armadio e che si tranquillizzi per quanto possibile. L’uomo rientra nella stanza con degli strani arnesi con l’intento di torturare Grace fino ad ucciderla: involontariamente erano entrati nella casa di un serial killer. Alan aspetta il momento più adatto e quando l’uomo è di spalle, esce dall'armadio e lo colpisce alla testa con il calcio del fucile trovato nell'armadio, nell'arco di un secondo l’uomo è a terra sanguinante, quasi in fin di vita. Alan e Grace cercano di ripulire le tracce di ciò che era appena accaduto, dopodiché i due ragazzi, ancora traumatizzati, fuggono cercando di arrivare alla loro meta. Giunti al porto raggiungono la barca del patrigno di Grace, salgono a bordo e si avviano verso l’orizzonte. Già il giorno seguente tutti i giornali parlavano di quell’ omicidio e del colpevole fantasma. I ragazzi non vennero più ritrovati, se ne andarono senza lasciare alcuna traccia.
RACCONTO 5: Da anni, esiste un foglio, uno di quei pezzi di carta ormai ingialliti e tutti accartocciati dal tempo che nessuno ha mai visto né letto. Un foglio dal contenuto a noi sconosciuto. In giro alcuni dicono che contenga i più grandi misteri dell’universo, altri che è un semplice vecchio documento senza niente di importante. Potrebbe essere ovunque, in tutto il mondo, anche proprio a casa tua, magari dentro qualche vecchio libro sullo scaffale accanto alle foto di famiglia, o ancora, in fondo a qualche cassetto sperduto. Ma ti avviso, non andare a cercarlo, non farti sopraffare dalla voglia di sapere. Si dice sia datato 1568 e firmato con il nome William e che sia mortale. Chiunque lo legge o muore all’istante o soffre lentamente arrivando alla stessa medesima conclusione, sparendo nel nulla; quindi, se ti ritrovi in mano un foglio datato e firmato in questo modo non leggerlo, fermati alle prime righe, brucialo o buttalo via, non rifare il mio stesso errore. Dalla mia piccola tomba bianca latte riesco ancora a ricordare quel giorno e, se mi hanno permesso di raccontarlo anche da qui, un motivo ci sarà. Era una mattina d’inizio autunno, quelle classiche mattine in cui ti alzi immerso nel rumore della pioggia che cade sul tetto di casa tua. In quel silenzio, si sarebbe potuto sentire cadere uno spillo. Ero solo un bambino a quei tempi, uno di quei bambini bellissimi, con i capelli castani, gli occhi verdi e qualche lentiggine buttata qua e là sul viso. Uno di quei bambini che fai i complimenti alla mamma non solo per cortesia. Mi sentivo così sicuro in casa mia, che non credevo neanche al famoso mostro sotto al letto che infesta le notti di tutti i bambini della mia età. Forse è stato proprio per questo che hanno scelto me, o forse per la mia innata curiosità o ancora per la mia ormai prematura maturità. Non lo so, ormai ho smesso di chiedermelo da tanto tempo. Mia mamma quella mattina non c’era. Era uscita senza avvisarmi, alcune volte capitava e, come di consuetudine, mi lasciava sul tavolo della cucina un foglio, nel quale mi dava delle indicazioni, con accanto una tazza piena di latte freddo da riscaldare e una confezione dei miei cereali preferiti. Quasi a volersi far perdonare. Ormai ci ero abituato e, entrato in cucina, non feci caso al foglio, non lo guardai nemmeno. Ero così sicuro che in quelle parole ci fossero le solite scuse e il classico “ti voglio bene”, che mia madre non si stancava mai di ripetermi. Chi avrebbe mai pensato che quel dannato foglio sarebbe stato la mia condanna? Nessuno, soprattutto io. Mi sedetti al tavolo e con gli occhi incollati alla tovaglia sporca della cena della sera prima feci colazione in un silenzio religioso. Casa mia è sempre stata cosìi silenziosa, come se fosse sempre avvolta in un velo di mistero e inquietudine, ma dopo che ci vivi ti ci abitui e non ci fai più caso. A completare questo tenebroso quadro c’era l’ossessione di mia madre per i quadri. Lei amava appendere in qualsiasi zona della casa libera ritratti dei miei parenti o di stranieri da lei considerati affascinanti, era convinta che tenessero lontani le energie negative che ci erano insediatenel nostro albero genealogico da fin troppi anni: molti miei parenti erano scomparsi, come per magia, nel nulla. Nessuno aveva mai saputo dove fossero andati o cosa gli fosse successo. L’ultima ad essersene andata è stata zia Nicole, circa cinque anni fa. Abitava qui con noi, ma non me la ricordo bene. L’unico oggetto che abbiamo di lei è una sua fotografia di quando era ragazza, incorniciata in una cornice color ambra, nel corridoio che unisce la porta d’ingresso al salotto. Assomigliava molto a mia madre, stessi capelli biondo cenere e stesso taglio degli occhi all’ingiù. Da un giorno all’altro non si sa dove sia andata, non si hanno avuto più notizie. Si pensava fosse partita senza lasciare tracce, ma tutte le sue cose erano rimaste qui, vestiti, documenti e oggetti personali. Era scomparsa nel nulla, come se si fosse volatilizzata. I bambini della mia città mi stavano lontano per questo. Pensavano che ovunque io andassi, portassi mortee sfortuna. Ora che ci penso, a distanza di anni, avevano ragione. Quel maledetto foglio sul tavolo. Non avrei mai dovuto leggerlo nel pomeriggio. Mia mamma una volta mi aveva avvertito. Mai leggere un foglio datato 1568 e firmato William, come se fosse una leggenda con la quale avrei dovuto spaventarmi per andare a dormire subito, come si fa con i bambini agitati. Non ci credevo. Ero solo un bambino innocente. Ora come ora, riesco finalmente a capire e comprendere tutti i miei parenti scomparsi. Sono finito come tutti loro. Molte domande senza risposta sorgono nella mia mente, sono così tante che passano una dopo l’altra, così veloci come se fossero immagini di un film in una pellicola cinematografica. Ormai mi sono arreso all’idea di non trovare mai pace. Ve lo ripeto, non fatevi ingannare dalla bella calligrafia, dalle affascinanti pagine ingiallite o dalle sottili rifiniture ai lati. È pericoloso, è mortale e quando ve ne accorgerete sarà ormai troppo tardi. Vi auguro di non averci mai a che fare. William, 1568.
RACCONTO 6: AVEVA UNA VITA APPARENTEMENTE NORMALE, SE NON FOSSE PER UN INCIDENTE CHE HA SEGNATO INDELEBILMENTE LA SUA VITA. IL PROTAGONISTA DI QUESTA STORIA È HARRY POTTER. L’AIUTANTE È HERMIONE. IL SUO NEMICO È VOLDEMORT CHE A TUTTI I COSTI VUOLE SFIDARE HARRY IN UNA BATTAGLIA DI MAGIA. UN GIORNO HARRY POTTER E I SUOI AMICI ERANO ANDATI ALLA SCUOLA DI MAGIA DI HOGWARTS A GIOCARE A CAMPANA MAGICA. IL GIOCO CONSISTE NEL LANCIARSI UN SACCO E CON LA SCOPA BISOGNA VOLARE NELLA CASELLA DOV’ È ARRIVATO IL SACCO, COSÌ FINO AL NUMERO 10. MENTRE HARRY GIOCAVA A CAMPANA MAGICA È CADUTO DALLA SCOPA E SI È FATTO UNA SPECIE DI CICATRICE A FORMA DI LAMPO O TUONO. PER FORTUNA PUR ESSENDO CADUTO, SI È RIALZATO DA SOLO SENZA ANDARE ALL’OSPEDALE. DA QUEL GIORNO LA SUA VITA ERA CAMBIATA. VOLDEMORT VOLEVA UCCIDERE HARRY POTTER ED I SUOI AMICI PER POTER CONQUISTARE LA SCUOLA DI HOGWARTS E ANDARE AD INFESTARLA INSIEME AI SUOI COLLEGHI. FORTUNATAMENTE, PERO', NELL’ULTIMO EPISODIO HARRY RIESCE A SCONFIGGERE VOLDEMORT CON LA BACCHETTA MAGICA ED AIUTA I SUOI AMICI HERMIONE COMPRESA.
RACCONTO 7: Nel complesso sistema solare c’è un pianeta dove ogni abitante ha come scopo di vita quello di trovare la sua Anima Gemella, una persona con la quale fondere il proprio potere e vivere in simbiosi per il resto della propria esistenza, garantendo il perfetto equilibrio del pianeta Venere. Dietro quelle nuvole si cela un posto magnifico, pieno di vegetazione, ruscelli e montagne rocciose. Edifici incantevoli e fatati. Animali giganti fantastici e piccoli animaletti dal folto pelo. qualcosa di diverso rispetto ai soliti paesaggi extraterrestri futuristici e tecnologici. Le creature che lo popolano sono i venusiani, il loro aspetto è simile a quello di un elfo, di colore verde, col muso da gatto, ricoperto di spirali e linee su tutto il corpo. Sono di statura piccola. Le caratteristiche principali sono il naso, disegnato da prolungamenti verticali ed orizzontali e la testa, colma di tentacoli dalla punta arrotondata. Questi sono fondamentali nella ricerca della propria metà e per potersi unire ad essa: quando finalmente si trova il proprio partner, i vaculli (termine venusiano per chiamare i tentacoli) vibrano ed emettono un suono acuto; il naso si illumina di blu. Solo a quel punto i due allacciano i vaculli insieme e sprigionano energia per il pianeta. Il popolo di Venere esiste da molto tempo prima degli esseri umani e il motivo per cui l’unico loro obiettivo è quello di trovare l’Anima Gemella, sta nel dover proteggere Venere dai corpi estranei . Infatti, quando i vaculli si uniscono originano delle nubi che permettono di non far introdurre nessun asteroide. Ogni abitante, quindi, deve possedere qualcuno al proprio fianco entro la prima orbita del pianeta, a partire dalla nascita; altrimenti si viene esiliati per sempre, dal momento che anche un singolo essere potrebbe rompere l’equilibrio. Siamo nel 2142 d.C. e la situazione non è delle migliori…Tutto iniziò in una spensierata festa in onore dei cochi, animali di grossa statura dalla pelle erbosa, con sei zampe e due corni sulla mandibola. La celebrazione era una tradizione antica, che consisteva in una gara a galoppo del coco. Orion, il compagno della principessa Aura, partecipò anche questa volta, come rito. I due innamorati si conobbero proprio a una festa dei cochi da piccolissimi e da quel momento capirono che erano destinati a stare insieme per l’eternità. Il torneo iniziò e Orion fu subito in testa. Aura gridava:” FORZA ORION!” mentre era seduta sul l suo trono, a fianco del re e la regina, suoi genitori, e del piccolissimo principe Sil, suo fratello. La principessa era stupenda e dall’animo buono, altrettanto la sua Anima Gemella, sebbene il suo dall’animo fosse decisamente coraggioso.La competizione andò avanti, finché il coco di Orion non impazzì e lo fece cadere. Purtroppo non si salvò e non ci fu più nulla da fare.A quel punto il re e la regina Venus, data l’assenza del partner della figlia, dovettero prendere una decisione drastica: cacciarla. Lei, inizialmente, rimase stupita, tuttavia sapeva che poteva mettere a rischio la vita di tutti; quindi accettò di andarsene. La accompagnò di nascosto il fratellino che a poco a poco stava diventando maturo. (l’età adulta su Venere si sviluppa molto velocemente) Questo causò la mancanza di eredi al trono e di conseguenza fu eletto principe il cugino Neo. Aura e Sil vennero mandati verso l’oscurità del pianeta fino alla loro fine. Durante il viaggio la fanciulla pianse per la morte del suo amato e il fratello la consolò. “Com’è potuto succedere! I cochi sono gli animali più tranquilli di tutta la galassia…” disse lei. Il fratello ci pensò su ed ebbe una teoria: “E se qualcuno gli avesse dato la pianta oppi? Se la prendessi, diventeresti peggio della mamma arrabbiata! Ahaha”.e ridendo Scherzando , però aveva senso. Si doveva scoprire chi fosse stato: tutti amavano Orion e nessuno gli avrebbe fatto una simile cosa. Poi pensarono a un nemico di Aura e non c’erano invidiosi della sua bellezza, bensì del suo potere. Sapevano che era stato eletto principe Neo e lì capirono, tutto era collegato: era sempre stato fin da piccolo un essere avido e geloso.I due ritornarono di corsa indietro, ma si resero conto che non gli avrebbero mai creduto senza prove. Allora andarono alla stalla dei cochi a cercare il coco di Orion per prendere un un campione delle sue feci e la analizzarle.; come previsto c’era un residuo della pianta oppi. Si diressero al castello dei Venus, attraverso un passaggio segreto che li conduce alla camera dei genitori e mostrarono a loro, senza timore, la prova. Ma dopo qualche secondo Neo arrivò, come se avesse capito che il loro piano era facilmente sgamabile. Prese in ostaggio Aura , però Sil cercò di aiutarla a liberarsi dalle braccia del perfido mostro. Quest’ultimo , tuttavia, aveva un coltellino alla mano con il quale colpì Sil sulla spalla. Aura, fortunatamente, approfittando della distrazione del suo aguzzino, riuscì a liberarsi . In breve tempo arrivarono i soldati del castello che riuscirono a catturare Neo e la sua sposa, bandendoli via per sempre. Sfortunatamente il piccolo aiutante Sil, non sopravvisse e Aura, dalla disperazione, si tolse la vita. Nonostante la tragedia, su Venere tutto cominciò a rivivere, con nuovi eredi e più serenità di prima. Ogni anno, ad ogni modo, si ricorda la memoria delle anime buone di Aura, Sil e Orion.
RACCONTO 8: Nel complesso sistema solare c’è un pianeta dove ogni abitante ha come scopo di vita quello di trovare la sua Anima Gemella, una persona con la quale fondere il proprio potere e vivere in simbiosi per il resto della propria esistenza, garantendo il perfetto equilibrio del pianeta…Il pianeta è davvero grande e molto bello: ricoperto dal verde, con foreste rigogliose abitate da spiriti benigni. Sono presenti piccole città sparse, lontane l’una dall’altra, con casette davvero piccole all’apparenza, infatti, si sviluppano maggiormente sottoterra in modo da non inquinare la superficie e di rimanere, comunque, nascoste in caso di improvvisi attacchi nemici. Le città sono anche tecnologicamente avanzate: al centro è disponibile un teletrasporto per arrivare velocemente alla città adiacente; ogni famiglia, poi, possiede minimo due astronavi capaci di farsi chilometri e chilometri nel giro di 10 minuti.Ognuno sul pianeta ha un potere e, per trovare la propria anima gemella, bisogna trovare la persona con il potere opposto al proprio.E’ una legge e non va infranta, se non si vuole creare il caos totale con il conseguente squilibrio del mondo.Skyler, una ragazza di 19 anni, non la pensa così. Lei è già innamorata ma, secondo la legge, della persona sbagliata. è innamorata di Shawn, un ragazzo di 21 anni che conosce fin da quando erano piccoli, infatti i loro genitori sono molto amici, e quindi, hanno passato molto tempo insieme, frequentando persino la stessa scuola.Il problema è che Skyler ha il potere della distruzione e Shawn possiede il potere del buio, se dovessero stare insieme causerebbero solo distruzione. Secondo la legge, dovrebbero stare rispettivamente con una persona con il potere della creazione e una con il potere della luce.È un amore impossibile, controcorrente.Skyler, però, sembra sicura della sua scelta decisa e a quanto pare anche Shawn lo è. Così quel giorno, dopo diversi incontri di pianificazione, hanno deciso di scappare lontano dal loro villaggio. Ancora non sanno dove sarebbero andati, ma rubano d’impulso un’astronave e fuggono verso un altro pianeta. Dopo qualche ora di viaggio, stufi di volare senza una meta, trovano, finalmente un pianeta che sembra ospitale, così decidono di atterrare. Una volta scesi, tuttavia, non hanno ricevuto una grande accoglienza, bensì si sono ritrovati accerchiati da delle guardie con vestiti sgargianti. Vengono scortati fino ad un enorme castello, davanti alla corte di Brigitte e Alexander, i due sovrani del regno in cui sono atterrati.Skyler e Shawn sono spaventati e al contempo incuriositi, decidono così di parlare e spiegare ai due sovrani, chi sono e ,soprattutto, perché si trovino lì. Gli mostrano anche i loro poteri e gli espongono la legge del loro pianeta, per la quale erano scappati. Brigitte, stupita del racconto, si alza dal trono su cui è seduta e spiega ai due ragazzi in fuga che loro, su quel pianeta, non possiedono poteri magici e che per lei sarebbe stato un onore averli al proprio fianco, in quanto il loro regno è spesso attaccato per via delle loro ricchezze.E così, Skyler e Shawn diventano come delle guardie del corpo dei sovrani, ma con una propria vita e una propria casa; imparando a controllare i propri poteri per evitare catastrofi e aiutare il regno.I due ragazzi, finalmente, sono riusciti a vivere la vita che tanto avevano sognato , insieme e senza stupide regole.
RACCONTO 9: Tutti gli uomini, almeno una volta, sognano di essere personaggi influenti, potenti sovrani di grandi nazioni. Nessun sovrano si sarebbe fermato in un rifugio tanto misero come quella locanda al limitare del bosco. Era un basso edificio umido, con muri di legno macchiati di muffa e un tetto di paglia con urgente bisogno di manutenzione; da un camino che aveva tutta l’aria di tirare poco usciva fumo che puzzava di torba. Era quasi notte, stava per piovere, e il suo cavallo era stanco. Lo straniero soppesò la strada che si inoltrava di nuovo sotto gli alberi e la stalla malmessa della locanda. Scese di sella. Forse i suoi inseguitori non l’avrebbero cercato in un posto simile...“Abbiamo fatto bene a trovare questo nascondiglio, non è vero, vostra altezza?” chiese Sebastian, un giovane dagli occhi pieni di speranze, dall’aspetto unico ed esotico.“Già… E’ stata una fortuna che voi vi siate ricordato di questo rifugio, dalle nostre battute di caccia.” rispose esausto Alexander, un uomo vestito di tutto punto e in modo regale, dall’aspetto pallido e molto comune.Sebastian si occupò di scaricare dal cavallo le poche cose che erano riusciti a recuperare prima della loro fuga, Alexander poi lo raggiunse, aiutandolo a portare il tutto all’interno del locale marcio, visibilmente abbandonato a sé stesso.“Vostra altezza, posso farvi una domanda?” Chiese Sebastian, seguendolo all’interno della taverna ammuffita, avendo in mano diverse sacche.“Certo, puoi rivolgermi qualsiasi domanda, e oramai… Puoi anche far cadere quel mio titolo” sospirò il pallido sovrano, che reggeva tra le mani una delicata balestra.“Come mai avete chiesto il mio aiuto? Quale problema avete incontrato, un problema tale da avere, voi, un disperato bisogno di lasciare la capitale?” Sebastian era curioso, lui non conosceva il motivo della fuga del suo amato regnante.“Vorrei iniziare il discorso dicendo che, voi siete l’unico della mia corte di cui mi fido totalmente/ di cui ho la massima fiducia, e continuando, ora posseggo una taglia sulla mia testa.” Così concluse, l’amato regnante, spogliatosi dalle sue regali vesti, vestendone alcune simili a quelle di Sebastian, vesti da vassallo, senza nessun indizio che lo possa ricollegare alla sua autorità, né alla sua corte in particolare.“C-cosa intende mio signore? E come mai si sta liberando delle sue pregiate vesti, per dei vecchi stracci non adatti a lei?” si preoccupò Sebastian, assistendo tristemente alla caduta di quei vestiti così preziosi e pregiati.Alexander non rispose all’inizio, lui preferì lasciar regnare il silenzio,nel frattempo recuperò una lama nascosta da uno degli stivali, rimanendo ad osservarla per alcuni momenti, che però in un modo infinito.un momento dopo , l’intero silenzio fu rotto… Rotto dal suono della lama che tagliò dei capelli.“Ormai, non sono più considerato a livello degli altri regnanti, perché secondo alcuni di essi, io ho commesso fratricidio della mia stessa amata sorella, solo perché io non volevo darla in sposa ad un regnante maligno e meschino.” Riuscì a rispondere Alexander, i suoi lunghi capelli neri cadevano taglio dopo taglio, lasciando spazio ad un taglio poco regale, un taglio tutto corto, a parte per una sezione della frangia che lasciò lunga, per coprire il lato sinistro del suo volto, rigato da una lunga cicatrice.“Cosa... Vostra sorella…” Sebastian era rimasto impietrito per la spiacevole notizia.“Avete sentito bene, sono ricercato per un omicidio che non ho commesso, e da ora in poi riferisciti a me i soltanto con il mio nome, lascia pure le formalità da parte.... Ora, mi potresti dare una mano a liberarmi di questi vestiti?” Sebastian annuì , entrambi raccolsero tutte le vesti dell’ormai caduto regnante e pensarono ad un modo sicuro di liberarsi di esse. All’inizio pensarono di bruciarle, ma la tana marcia non possedeva camino, i due non avevano nulla con cui attizzare le fiamme e non volevano incendiare l’unico rifugio che era effettivamente sicuro. Alla fine decisero di buttare il tutto nel fiume e lasciarlo trasportare il più lontano possibile.“E adesso? Cosa intende fare vostra-… Volevo dire, Alexander?”“Mantenere un profilo basso, semplicemente.”“Certamente”“Rientriamo e riposiamoci, domani ci aspetta un altro lungo viaggio”.Mentre il crepuscolo finiva la sua scena nell’alto dei cieli, i due ragazzi rientrarono nel marciume per spendere la notte e aspettare l’alba di un nuovo giorno.Tempo passò dalla loro fuga iniziale, Alexander e Sebastian continuarono a rimanere insieme per questi lunghi viaggi ed avventure, per allontanarsi il più possibile dalle capitali di loro provenienza, per trovare un luogo accogliente per iniziare tutto di nuovo, non interessandosi ad essere un regnante di qualche regno, ma preferendo restare sullo stesso livello e affiancare l’unico suo vero amico, di cui si fidava ciecamente.Con il tempo, ovviamente, le sue vesti regali furono ritrovate e portate a quel regnante meschino che mise la taglia sulla sua testa. Esso annunciò la morte del re a tutte le capitali, in questo modo oramai, il regnante Alexander Asaliah Bell fu ufficialmente annunciato deceduto.Ma questo non interessava al ragazzo scappato, questa situazione lo aveva liberato dalle sue catene, rendendolo libero.
RACCONTO 10: Alice Pleaddle era una ragazzina dai capelli lunghi, mossi e biondi, la carnagione chiara, le labbra rosate. Apparteneva a una famiglia di commercianti benestanti che le concedevano tutto ciò che lei desiderava. Alice rimaneva la maggior parte del suo tempo a leggere i libri della libreria di famiglia, in particolare i libri sui viaggi. Si sedeva sul divanetto sotto la finestra più grande di quell’immensa libreria immensa. Nei fine settimana leggeva così tanto a lungo che non si accorgeva del tempo che passava e, a volte, si addormentava su quel divanetto dai colori tenui e rilassanti. Quel giorno, quando riaprì gli occhi però, non si ritrovò nella stessa libreria di famiglia con le lunghe scale che portavano a tutti gli scaffali; era diversa, sembrava la biblioteca di una qualche città. Uscii dalla porta principale e si ritrovò in una Londra cambiata, c'erano pochissime persone, indossavano abiti imponenti e decorati; vi erano molte carrozze con i cavalli e poche automobili, molto diverse da quelle che si vedevano tutti i giorni per strada. Alice si avvicinò alla porta di una casa a lei molto familiare. Lesse il nome del proprietario, scritto sopra alla buca delle lettere: "Phileas Fogg". Anche il nome le pareva conosciuto. Bussò alla porta e poi aspettò. Ribussò alla porta e, poco dopo, le aprì un signore basso, mingherlino, con dei grandi baffi neri, degli occhiali rotondi e un cappello a bombetta.Con il suo accento bislacco, disse: " Che vuoi ragazzina, sono di fretta. Bisogna partire!". Alice capii che non l'avrebbe ascoltata a lungo, a meno che non si fosse intrufolata in casa: sarebbe stato impossibile non ascoltarla! Passò sotto il braccio del signore ed entrò nell'abitazione esclamando "Ma lei chi è?". Lui si guardò intorno e poi la fissò sbalordito e preoccupato. "Cosa stai dicendo ragazzina? Chi sei tu? Cosa vuoi? Io sono Passepartout, il maggiordomo del signor Fog...". All'improvviso il maggiordomo si interruppe e rivolse lo sguardo verso le scale. Alice si girò vedendo quello che era Phineas Fogg: un uomo composto, alto snello, giovane e con l'orologio nel taschino. Senza scrupoli, la ragazza iniziò a presentarsi. "Io sono Alice Pleaddle, voi mi sembrate tanto i protagonisti di un libro che ho letto. Perché siete qui?" "Signorina, che fandonie mi sta raccontando. Sono un uomo di tutto rispetto, questa è casa mia da generazioni e non so chi sia lei. Non mi sembra appropriato che lei si sia intrufolata in casa mia, per di più quando sto per partire". Alice vide un giornale sul tavolo e lesse la data scritta in grande, in alto: "2 ottobre 1872". "No, no. Non è possibile...".lei non viveva in quell'epoca eppure conosceva quegli uomini. Le pareva di stare nel libro da lei letto, o in un sogno, chissà... Alice, incredula e allo stesso tempo incuriosita, si rigirò verso di loro e esclamò: "Be’, partiamo allora!" "Ma cosa sta dicendo signorina, lei non può partire con noi" ."Passepartout, muoviti dobbiamo andare, abbiamo solo 3 minuti e poco più per arrivare in stazione, fai venire la signorina con noi, ma bada che non ci faccia ritardare" ribatté il signor Fogg. Così, Alice si ritrovò a partecipare a una nuova avventura, con dei nuovi amici, ma non sapeva cosa la stesse aspettando... Arrivati alla stazione, il signor Fogg guardò il suo orologio da taschino e invitò il maggiordomo e la ragazza a salire velocemente sul treno, dato che mancavano solo 37 secondi alla partenza. Dopo essersi seduti sul treno Passepartout le raccontò la meta, o meglio il percorso, del loro viaggio: volevano fare il giro del mondo in 80 giorni. Secondo Alice non c'erano problemi, bastava prendere qualche aereo e in pochi giorni si sarebbero trovati a Londra, ma poi. si rese conto che non c'erano aerei per le loro destinazioni, e che i treni erano quelli del 1872, non degli anni 2000. Partiti dalla cittadina inglese, passarono per Parigi, la patria di Passepartout. Era una città da ricostruire a seguito delle sconfitte militari Francesi nella guerra contro la Prussia. Le persone per strada ricostruivano la propria città con fatica, ma felici di poter far qualcosa per il proprio paese, dopo una guerra che aveva distrutto ogni cosa. Mr. Fogg raccontò ad Alice che ormai Parigi era una repubblica, a differenza di Londra, per scelta dei cittadini che dopo la guerra si sono uniti per abolire il potere in mano ad un'unica persona. Lasciandosi alle spalle la Francia arrivarono in Italia. Passarono per Torino, la nuova capitale Roma e arrivarono fino a Brindisi dove presero un piroscafo, un tipo di nave a vapore, per arrivare a Suez. Attraversarono il Mar Mediterraneo e arrivarono nella grande città egizia. Lì passarono una giornata sotto il sole, tra i cammelli, e si vestirono con colorate galabeye, tuniche che si usavano in egitto. Ad Alice mancava la sua casa, la sua famiglia, ma era tutto meraviglioso, era una nuova esperienza e non poteva perdersela. Da Suez passarono con un piroscafo per il Mar Rosso e l'Oceano Indiano e dopo 20 giorni dalla partenza arrivarono a Bombay, in India. Era una città magica, ricca di statue e templi dedicati a divinità, piena di fiori che coloravano le strade e gli edifici. "Parte dell'India è sotto il dominio Inglese" disse il signor Fogg alla ragazzina e al maggiordomo. Alice sapeva molte cose della storia inglese, leggeva anche molti libri storici, e in realtà avrebbe potuto dire a quei signori che l'avevano ospitata, come sarebbe stata la storia dell'Inghilterra fino al 2000... Decise di non rivelare nulla: avrebbero visto con i loro occhi il futuro dell'Inghilterra. Per arrivare a Calcutta fecero una parte del viaggio in treno e un piccolo pezzo sul dorso di un elefante: un'esperienza unica per Alice che aveva visto quegli enormi pachidermi solo al circo o allo zoo. A Calcutta presero l'ennesimo piroscafo che avrebbe attraversato il Mar Cinese Meridionale e li avrebbe portati in Cina a Hong Kong. Era passato poco più di un mese dalla loro partenza da Londra. Avevano visitato tutta l'Europa e gran parte dell'Asia, ma mancavano ancora molte città da cui passare per poter fare il giro del mondo. Il viaggio che portò Alice e i suoi compagni d'avventura in Giappone a Yokohama fu entusiasmante; prima navigarono su di una goletta (un'imbarcazione a vela) e in seguito su di un piroscafo. Poi partirono alla rotta degli Stati Uniti, viaggiando sempre in piroscafo. San Francisco era popolata da un gran numero di persone, vi erano palazzi molto alti ed era una città all'avanguardia rispetto a molte altre città che avevano visitato in Asia; sembrava quasi di essere tornati nel 2000 o lì vicino... Erano passati 64 giorni di avventure, e ormai mancava solo l'ultima meta: New York. Partirono in treno per poi fare un breve tratto di strada in slitta; continuarono in treno e arrivarono alla grande città degli Stati Uniti. C'erano carrozze ovunque, tanto chiasso e molta serenità. In strada c'erano bancarelle di ogni genere e ai piani bassi degli edifici erano ubicati negozi pieni di vita. Passepartout e Mr. Fogg erano sbalorditi dai tanti negozi, dai bei vestiti che indossavano le persone, dagli oggetti mai visti in patria, ma che per la gente di New York erano abituali; per Alice tutte quelle cose erano vecchie e scontate. Tutti quegli oggetti erano stati migliorati, ammodernati e superati. Ora, nel mondo di Alice, c'erano i telefoni, i computer e molto altro, ma alcune cose erano sparite dal commercio e lei non le aveva mai viste, così era curiosa di capire il loro utilizzo. Mancavano pochi giorni e sarebbero arrivati a Londra. Partirono con una nave mercantile e continuarono con il treno. Finalmente tornarono in patria, e in 80 giorni precisi, come voleva Phineas Fogg. Alice aveva partecipato al viaggio da lei letto in un libro, aveva conosciuto i protagonisti del suo libro! Che esperienza fantastica! La sera si addormentò sul divanetto del soggiorno di Mr. Fogg, dai colori tenui e rilassanti, e quando si risvegliò si ritrovò nella sua libreria. Corse contenta da sua madre: "Mamma, mamma, sono felice di poterti riabbracciare" "Che stai dicendo? Hai letto troppi libri. Preparati che devi andare a scuola" rispose la madre. Eppure Alice aveva vissuto quel viaggio con il signor Fogg, un gran uomo, caparbio, preciso e ambizioso, e con Passepartout, il maggiordomo piccolo e goffo, ma tanto simpatico e fedele. Anche se la madre non le credeva lei era sicura di aver visto con i suoi occhi tutti quei bellissimi paesaggi di tutto il mondo del lontano 1872.
RACCONTO 11: C’era una volta una famiglia che viveva sull’isola povera di Maiorca. Un giorno Laura e Giulio andarono dal dottore e scoprirono che avrebbero avuto un altro figlio. Laura era molto preoccupata perché avevano già tre figli, due femmine e un maschio: Giulia, Ilaria e Diego. Il quarto figlio era davvero inaspettato! Erano, ormai, passati dieci anni dalla nascita di Giulia e Giulio era molto preoccupato : con un quarto figlio non sarebbero arrivati a fine mese , aveva appena perso il lavoro e la disoccupazione in quella città era molto alta.Tornati a casa, Laura chiese in lacrime a Giulio come avrebbero fatto con un quarto figlio, non avendo abbastanza spazio in casa, ma Giulio rispose che avrebbe fatto il possibile, pur asserendo a che avrebbe avuto un’ infanzia difficile. Laura, nonostante la gravidanza, lavorava instancabilmente, mentre Giulio continuava a rimanere disoccupato...Nove mesi dopo, nacque Luca, un bambino grande e grosso, appena lo vide il medico disse con un sorrisino: “Con quello che pesa, farà il calciatore”. “Speriamo!” esclamò il padre. La vita con una bocca in più da sfamare, si fece più dura, per pagare l’affitto era necessario che lavorasse tutta la famiglia. Giulio aveva trovato un umile lavoro come lavapiatti in una cucina di un hotel, Laura faceva la commessa in un negozio, Ilaria e Diego avevano lasciato la scuola per lavorare mezza giornata. Inoltre, Giulia che aveva solo 15 anni, doveva prendersi cura anche di suo fratello, mentre la mamma era al lavoro.Luca aveva un sorriso angelico, ma in realtà era un bambino molto vivace.Un giorno, appena tornati a casa da scuola, Giulia gli disse che poteva uscire per giocare solo dopo aver finito tutti i compiti; però proprio mentre si stava cambiando, Luca scappò dal retro per andare a giocare a calcio : amava il calcio più di se stesso, era il suo modo di evadere da quella situazione familiare chi gli stava stretta; così come al solito , quel pomeriggio se ne andò in giro con il suo amico Giorgio per le strade di Pollença con la palla ai piedi., Aun certo punto, punto, incontrò dei ragazzi che gli chiesero di fare una partita. Luca e il suo amico accettarono, crearono due squadre e iniziarono a giocare. Luca che non accettava mai di perdere, fece di tutto per far vincere la sua squadra e così fu. Finita la partita, Luca salutò Giorgio e tornò a casa, dove c’era Giulia che lo stava cercando disperata. L’angoscia della sorella e la romanzina però non lo toccarono, infatti, il giorno seguente i due amici decisero addirittura di non andare a scuola per disputare una partita. Quella fu la sua fortuna più grande: quella mattina per le strade di Pollença era presente l’allenatore di una squadra famosa che lo vide giocare e rimase colpito dal suo talento cristallino. Il giorno dopo Luca ricevette una lettera a casa da parte del famoso allenatore, in cui gli veniva chiesto di trasferirsi a Madrid per andare a giocare nella sua squadra, a pagamento ovviamente. Inizialmente la madre non era molto d’accordo, perché Luca era ancora un bambino e non si fidava di lasciarlo andare a vivere così lontano da solo, al contrario il padre era d’accordo ed era fiero del talento di suo figlio. La decisione dei genitori fu molto difficile, ma nello stesso tempo erano consapevoli che avrebbero dato la possibilità al figlio di un futuro migliore. Così i genitori decisero di farlo partire e, insieme ai suoi fratelli, lo accompagnarono all’aeroporto e lo salutarono prima di partire. Giorgio, saputa la bella notizia per l’amico, fu molto felice per lui e pensò che magari un giorno l’avrebbe visto in tv; nello stesso tempo, però, era anche un po’ triste perché non l’avrebbe più visto tutti giorni. Luca non ci credeva, si stava realizzando uno dei suoi sogni più grandi. Atterrato a Madrid c’era l’allenatore lì che lo aspettava, che poi lo avrebbe accompagnato nel college. Arrivati in quella che sarebbe stata la sua nuova casa, egli con molta calma e gentilezza, lo presentò ai suoi compagni di squadra; li spiegò tutte le regole della squadra e tutti gli orari di allenamento. Il giorno successivo Luca fece il suo primo allenamento con i suoi nuovi compagni di squadra e disputò la prima partitella; purtroppo, però, durante il gioco Luca non dimostrava di avere molto spirito di squadra, anzi cercava di fare tutto da solo, senza passare la palla ai suoi compagni; d’altronde il suo campo da gioco fino ad ora erano state le strade di Maiorca. Finito l’allenamento tutti i ragazzi andarono in spogliatoio per cambiarsi; con il passare dei giorni Luca prese sempre più fiducia in sé stesso, ma continuava a sentirsi preso di mira preso di mira e insultato dai suoi compagni perché in poco tempo era considerato il più bravo della squadra da staff e tifosi. Questo gli bastava, anzi in cuor suo era contento di aver avuto fortuna nell’aver realizzato il suo sogno di calciatore, nato tra le stradine della sua città d’origine.
RACCONTO 12: Si chiamava Ivan ed era un giocatore di pallavolo, nacque il 4 Agosto 1990 a Bologna, dal padre Mauro, ex pallavolista e dalla madre, Ailke, una modella tedesca. Fin da piccolo era stato allenato da suo padre che giocava con la Maglia Italiana come schiacciatore. Quando era ragazzino subì atti di bullismo a scuola per il suo aspetto fisico, ma grazie allo sport era riuscito a tirare fuori il meglio di sé e farsi rispettare. La scuola non era mai stata un problema per lui, aveva sempre avuto degli ottimi voti, ma aveva un problema con i compagni che lo maltrattavano e lo insultavano. Dopo le scuole di Primo Grado decise, di proseguire gli studi al Liceo Scientifico Sportivo, dove si diplomò con il massimo dei voti. Ivan desiderava giocare come palleggiatore, ma il padre l'aveva obbligato a giocare come schiacciatore in modo che, un domani, avrebbe potuto ereditare il suo ruolo; desiderio che divenne per Ivan ancora più significativo, dopo la morte del padre, portandolo alla decisione di abbandonare gli studi di Scienze Motorie presso l’Università di Bologna e intraprendere la carriera pallavolistica. Nel 2007 la squadra cittadina, il Bologna, vinse il campionato e la stagione successiva la squadra avviò le selezioni per scegliere un nuovo schiacciatore. Ivan, passò il provino e, fin da subito, l'allenatore si stupì per le sue straordinarie qualità tecniche. Nel 2009 venne promosso in serie A ed entrò nella Nnazionale, dove, ancora oggi, gioca ancora oggi con la Maglia Azzurra. Quando scende in campo si sente libero, nel momento in cui ha la palla in mano pronta per essere battuta, è come se possedesse una pistola e un proiettile: è incandescente e pesante; sa di avere ha cinque metri per il lancio e la rincorsa, così salta, la fa ruotare a centoventi chilometri all’ora, la sbalza sulla squadra avversaria che riceve, risponde e contrattacca. Non si scorderà mai la partita dei Quarti di Finale che la sua squadra disputò alle Olimpiadi di Rio De Janeiro 2016 contro il Giappone: il pubblico con il fiato sospeso aspettava la vittoria della squadra per cui tifava, le persone urlavano di gioia e acclamavano il suo nome per la magnifica battuta. Il tempo sembrava non passasse mai, fino a quando si sentì il fischio dell'arbitro. <<Abbiamo vinto!>> esultò l'allenatore <<Siamo in semifinale>>. Tutti si abbracciarono per la gioia e proseguirono i festeggiamenti negli spogliatoi, La Semifinale venne disputata due settimane più' tardi contro gli Stati Uniti, fu una partita molto sofferta. Era il quinto e ultimo set, che sarebbe stato quello decisivo per la vittoria e la qualificazione alla Finale: mancava un solo punto agli Azzurri per vincere e i tifosi italiani erano impazienti di festeggiare; la squadra avversaria doveva battere, ma per fortuna sbagliò e l'Italia si qualificò. La Finale si disputò nel mese di Agosto contro il Brasile, padrone di casa. La partita, incredibilmente, fu una delle più facili di tutta la sua carriera, tanto che l'Italia vinse tre set consecutivi e si aggiudicò la Medaglia d'Oro. Anche con un inizio molto difficile, Ivan si ritiene molto orgoglioso di aver preso il posto di suo padre. Adesso che è sposato e ha un figlio, vorrebbe diventare medico, ma sa che la strada da percorrere è ancora lunga, e crede che la pallavolo sia entrata nel DNA della sua famiglia, perciò e spera che venga tramandato ad ogni generazione. Molte volte guardando suo figlio ripensa al passato, ai suoi compagni di classe che esercitavano bullismo contro di lui e si chiede spesso come possano dei bambini pensare a determinate parole e fare alcuni gesti...però si consola pensando alla sua vita e carriera, che non hanno nulla da invidiare a quelle di quei bambini, oggi divenuti adulti.
RACCONTO 13: CHI DICE CHE IL CALCIO È UNO SPORT PER MASCHIETTI NON L’HA VISTA GIOCARE. È UNA DELLE PIÙ CELEBRI E FORTI CALCIATRICI DELLA STORIA E IL SUO NOME È LEGGENDA. È TECNICA E VELOCE: UNA VERA PUNTA SEMPRE A CACCIA DELLA RETE DECISIVA. LA SUA VITA NON è SEMPRE STATA FACILE PERCHÈ PER LA MAGGIOR PARTE DELLA GENTE IL CALCIO È UNO SPORT CHE COMPIE UN UOMO E QUINDI UNA DONNA VIENE DERISA.. IN REALTÀ IL CALCIO È UNO SPORT ANCHE PER DONNE ED IO NON DERIDO LE DONNE CHE GIOCANO A CALCIO, ANZI IN TELEVISIONE SPESSO IO GUARDO LE PARTITE DEL CALCIO FEMMINILE DELLA JUVENTUS, DEL MILAN E DELLA JUVENTUS WOMEN. A. IN PARTICOLARE , MI HANNO DETTO CHE SARA GAMA È UNA DELLE PIÙ FAMOSE GIOCATRICI D’EUROPA:HA INIZIATO A GIOCARE A 10 ANNI, È LAUREATA E PARLA 5 LINGUE STRANIERE E NELLA GIORNATA INTERNAZIONALE DELLA DONNA È STATA INSERITA FRA LE 17 PERSONALITÀ FEMMINILI CHE HANNO SAPUTO DIVENTARE FONTE DI ISPIRAZIONE PER LE GENERAZIONI DELLE RAGAZZE DEL FUTURO. DICE CHE SI RITIRERÀ QUANDO AVRÀ 70 ANNI E FORSE, MORIRÀ A 170 ANNI. QUANDO ERA PICCOLA SI ALLENAVA 4 VOLTE A SETTIMANA, MANGIAVA TANTA FRUTTA E OGNI TANTO MANGIAVA QUALCHE CARAMELLA PER CONCENTRARSI NELLO STUDIO DELLA MATEMATICA, STORIA E DELLA RELIGIONE, MA ANCHE DELLA GEOMETRIA E GEOGRAFIA:ERA MOLTO OCCUPATA CON PARTITE ED ESAMI, COSÌ TANTO CHE NON AVEVA TEMPO DA SVAGARSI UN PO’ CON GLI AMICI. IN QUALCHE PARTITA, IN POCHI MINUTI RIESCE A SEGNARE DUE RETI. VIVE A TORINO, È NATA NEL FRIULI E HA UN GENITORE DEL CONGO, LA SUA STORIA DICE CHE HA SEGNATO ANCHE CONTRO IL PAESE DEL PADRE, SIA ALL’ ANDATA CHE AL RITORNO, DURANTE UNA TRASFERTA DELLA NAZIONALE FEMMINILE
RACCONTO 14: Correva l’anno 2130, Melanie nasce da una famiglia messa bene economicamente, per gli standard di quel periodo: cresce con due genitori che accontentano ogni sua richiesta, col passare degli anni viene portata a pensare che la tecnologia sia fondamentale per la vita. Sì, Melanie abitava a Creiopoli, anche detta “la città bianca” non perché fosse pura, ma solo per il fatto che tutta la città era formata da enormi palazzi bianchi e da persone con tute bianche che la abitavano. La ragazza frequentò le migliori scuole della città, fino ad arrivare in seconda superiore in un liceo molto prestigioso, studiava molto e spesso usciva di casa a fare lunghe camminate; proprio durante una di queste, camminando verso il centro della propria città, vide un uomo piuttosto anziano, seduto ai piedi di una colonna con una tazza in mano, capelli lunghi e bianchi, barba poco curata e senza i classici vestiti bianchi, ma ricoperto di veri e propri stracci. Allo stesso modo, l’uomo vide arrivare davanti a lui Melanie, con un’enorme chioma di capelli biondi, occhi azzurri e un sorriso smagliante, essa le lasciò qualche spicciolo e, al posto di continuare la sua camminata, si sedette al suo fianco per parlare: “Buongiorno signore, piacere il mio nome è Melanie” disse lei. L’uomo rimase stupito, quasi nessuno si fermava mai a parlare con lui, a parte gente povera come lui, ma ciononostante prese coraggio e rispose “Ciao fanciulla, il mio nome è Ronald, hai bisogno di qualcosa?” “No no, volevo solo fare due chiacchiere, ti vedo sempre qua tutto solo...” L’uomo ancora più stupito del fatto che una ragazza di buona famiglia volesse parlargli, rispose “Certo siediti pure, e dimmi un po’,che scuola frequenti?” I due continuarono a parlare tutta sera del più e del meno, finchè la ragazza non vide l’ora dal telefono e si accorse che era ora di cena, salutò Ronald e torno a casa di corsa; subito dopo aver cenato, si mise a letto a riposare per il giorno seguente. La mattina dopo suonò la sveglia, Melanie si preparò, fece colazione e si fece accompagnare a scuola sulla macchina elettrica dei genitori, ascoltò con scarsa attenzione la voce dei propri insegnanti, passando tutta mattina a pensare al suo nuovo amico e a quanto lei fosse stata fortunata a nascere in una famiglia benestante, dispiacendosi per tutti i ragazzi della sua età con una vita molto povera e poco dignitosa. Una volta concluse le lezioni, Melanie andò in un supermarket della sua città, uno normale come tutti, dove gli affettati erano serviti da robot e le casse facevano tutto da sole senza minimi sforzi, comprò una coperta, un panino e si precipitò nei pressi di quella colonna dov’era appoggiato Ronald. L’uomo appena la vide fu molto felice e appena la ragazza gli diede i regali presi scoppiò a piangere, “Grazie mille, nessuno aveva mai fatto tutto ciò per me!” disse. I due passarono ore a chiacchierare finché lui non gli confesso l’esistenza di un albero centenario, l’unico rimasto in tutta la città, un albero enorme e rigoglioso nato ai confini della città, Melanie guidata dall’uomo andò a visitarlo. Da lontano sembrava di vedere un’enorme macchia verde, l’unica macchia verde in tutta la bianca città; e una volta arrivata ai piedi dell’albero. rimase esterrefatta dalla sua possenza. Ronald le spiego che quell’albero era sacro, perché teneva in vita gli uomini come lui con i suoi frutti e gli offriva un riparo dalla pioggia e dalle intemperie, era un albero magico, perché nessuno fino ad allora era riuscito ad abbatterlo per rendere tutta la città completamente tecnologica: in molti ci avevano provato, ma ad ogni colpo d’ascia e di motosega, esso si rigenerava. Così, Melanie si incamminò verso casa e raccontò entusiasta l’accaduto ai genitori, ma il padre la interruppe, e, con voce malinconica, disse “Mi spiace cara, ma ho saputo che il governo ha studiato un piano per estirparlo definitivamente, prendendolo dalle radici con un macchinario di loro invenzione” La ragazza, allora, perse l’appetito e si chiuse in camera a pensare; e il giorno dopo, anche a scuola, pensò tutto il giorno ad una soluzione. Andò da Ronald a riferire quanto sentito ed egli le confessò di esserne appena venuto al corrente. I due studiarono un piano, rimasero insieme tutto il pomeriggio, davanti ad una scatola di cartone usata come tavolino, per capire come fare. Passò una settimana, era un mercoledì, e i due sapevano che la data dell’abbattimento sarebbe stata quel venerdì, così Melanie andò a far acquisti dal ferramenta, compro una lunga e pesantissima catena, si fece aiutare da Ronald e si incatenarono all’albero per due giorni, nel mentre si radunarono lì molti cittadini, alcuni nemmeno a conoscenza dell’albero magico, per vedere cosa stessero combinando quei due legati al tronco. Arrivò venerdì e da lontano si videro arrivare dei macchinari giganti, pronti a radere suolo la macchia verde della città. Arrivati sul posto, gli addetti alla rimozione videro ciò che stava accadendo e rimasero stupiti, cercarono di spaventare Ronald e Melanie avvicinandosi minacciosamente con le macchine, ma loro rimasero fermi al loro posto, finché Melanie togliendosi le catene, non andò davanti a loro e disse “Pensate a cosa state facendo, state togliendo la vita al pianeta e a decine di cittadini come voi, solo più sfortunati” Alche, uno di essi, disse “Ragazzina spostati, dobbiamo lavorare.” “Ma non pensate al fatto che i vostri figli dovranno crescere senza mai vedere la natura? E come faremo con tutte quelle persone e quegli animali che moriranno?” disse lei. I cittadini commossi dalle parole di Melanie si misero al suo fianco, di fianco ad essa uno ad uno, finchè, quasi tutta la città, non si radunò in quel punto. I macchinisti pensarono, e dopo aver visto quella scena capirono che non era del tutto giusto ciò che stavano facendo, così decisero di azionare le macchine e di creare un buco vicino all’albero, dove tutti insieme piantarono un seme, che venne curato da tutti giorno dopo giorno. In poco tempo divenne un albero enorme, un albero che venne chiamato Melanie, vicino all’altro, ora conosciuto con il nome di Ronald.
RACCONTO 15 Ricordo che era il 12 settembre del 2012, il mio primo giorno di scuola e finalmente ero alle Medie.Mi trovavo in una classe completamente nuova per me, non conoscevo nessuno e di certo non ero il ragazzo più socievole lì presente. Tuttavia, per fortuna mi ambientai molto presto. Legai molto con un ragazzo che aveva il mio stesso nome, fin da subito diventammo molto amici, ci volle veramente poco. Fin dal primo momento capii che quella non era un'amicizia come le altre: io e lui abbiamo passato molto tempo insieme, abbiamo condiviso esperienze positive e negative, e, soprattutto, abbiamo passato alcuni anni scolastici nella stessa classe, fino a quando, a causa di un incidente di percorso,ci siamo dovuti separare. Proprio a seguito di quest’ultimo abbiamo iniziato a vederci un po' di meno, anche se ,comunque eravamo nello stesso istituto e ci incontravamo lo stesso passando per i corridoi. La vera svolta ci fu qualche anno più tardi quando cambiai istituto, da quel momento iniziammo a vederci sempre di meno; tuttavia, infondo infondo il nostro legame non si sciolse mai del tutto.Al contrario col passare degli anni il nostro legame, si è rafforzato sempre di più fino a considerarci come fratelli, abbiamo lo stesso modo di pensare, condividiamo gli stessi gusti e interessi. E nonostante in passato ci sono stati alti e bassi, le volte che abbiamo litigato veramente si possono contare sulle dita di una mano, abbiamo sempre risolto molto semplicemente perché dentro di noi sappiamo che non possiamo veramente rimanere arrabbiati l'uno con l'altro. Visti dall'esterno sembriamo, quasi odiarci a volte, perché ci insultiamo molto spesso, ma nulla di ciò che ci diciamo ha veramente uno scopo offensivo, ma vuole solo farci divertire perché noi ci teniamo molto alla nostra amicizia e non è qualcosa che può finire per una “semplice stupidata”.
RACCONTO 16: L’amicizia è uno dei valori che sta alla base della costituzione dell'essere umano, dato che senza amicizia la vita perderebbe un po' del suo significato e bellezza, proprio perché molti dei momenti migliori che passiamo, sono con i nostri amici: credo, sia un qualcosa di imprescindibile godersi questi momenti al massimo. Federica e Alessandra hanno bene in mente cosa sia l’amicizia e sanno che uno dei migliori modi per divertirsi assieme è proprio quello di fare una vacanza. Proprio loro che, sin dai tempi delle Superiori, hanno sempre sognato di viaggiare assieme per il mondo, ora vedono, finalmente, la possibilità di farlo e, al solo pensiero scaturisce in loro un misto di irrealtà e incredulità. Oramai, hanno trovato entrambe un lavoro, sono riuscite a mettere da parte abbastanza soldi per riuscire a realizzare il sogno da loro più agognato; quindi si sono già messe in azione per definire la data e la destinazione per il loro viaggio. Dopo un'attenta riflessione, la loro scelta è caduta sulla terra del Sol Levante:, il Giappone ! Da sempre, entrambe, sono state affascinate dalla cultura e dalla bellezza di questa fantastico Paese. La partenza è stata concordata per il 27 Aprile dall'aeroporto di Milano Malpensa; il ritorno è stato, invece, stabilito concordato per il 21 Maggio nel medesimo scalo. Date che sono state scelte appositamente per riuscire a vedere una delle peculiarità più famose del Giappone: la fioritura dei ciliegi, evento che si verifica un paio di mesi all'anno e che è di una bellezza spiazzante. Il tempo scorre inesorabile, e così, in un batter d’occhio, Federica e Alessandra si ritrovano alla vigilia della partenza, pronte per affrontare un viaggio che già sanno gli rimarrà impresso nel cuore, per il resto della loro vita. La mattina della partenza raggiungono l’aeroporto con largo anticipo e si siedono in attesa che venga annunciato l’imbarco per il loro volo. Una volta sull'aereo, tra una chiacchiera e l’altra, realizzano l’effettivo valore che quel viaggio aveva per loro:essere su quell'aereo, dirette verso uno dei loro paesi preferiti... per loro è la realizzazione di un sogno; sin dal loro “battesimo” di migliori amiche, hanno sempre elucubrato sul viaggiare assieme, ed eccole lì, finalmente a distanza di anni, loro sono in viaggio, assieme, come sempre del resto, pronte e decise a far sì che la loro sia una vacanza stupenda! L’arrivo all’aeroporto di Tokyo è, quindi, per le due amiche è la linea di partenza della loro avventura in una terra sconosciuta e affascinante. Già da prima della prenotazione del volo le ragazze si erano programmate l’itinerario per visitare al meglio la regione nipponica cercando di visitarne i luoghi più blasonati e famosi, ma non tralasciando, comunque, le piccole perle meno conosciute ai turisti. Già solo questo dettaglio è la conferma di come vogliano godersi al massimo questo tempo assieme. Il loro itinerario comprende la maggior parte delle bellezze del posto passando da Kyoto, l’antica capitale giapponese con i suoi secolari e affascinanti templi buddisti, a Tokyo, capitale odierna del Giappone con i suoi grattacieli, musei e il palazzo imperiale. Proseguendo, poi, fino a Nara, capitale del Giappone nel VIII con templi come il Todai-ji, noto anche per il buddha di 15 metri; senza tralasciare le isole della prefettura di Okinawa, dalla bellezza scioccante.I giorni passano e Federica e Alessandra continuano a divertirsi assieme e a scoprire sempre nuove bellezze, anche se la vacanza è molto pesante fisicamente, loro riescono sempre a godersi ogni momento al massimo.I giorni passano con una spensieratezza e felicità che li riporta ai tempi della loro adolescenza, dove bastava essere assieme per divertirsi e, quasi senza accorgersene, ecco che la vacanza giunge al termine e le due ragazze devono tornare in patria. La loro è stata un’avventura come quella che hanno sempre sognato, piena di divertimento, cultura, e felicità; una vacanza degna di nota che resterà per sempre nei loro cuori e che sarà sempre associata a un momento di tranquillità, spensieratezza e Felicità.
RACCONTO 17: Non riusciva più a toglierselo dalla mente, era diventato una specie di ossessione. Vedeva il suo volto ovunque, nelle nuvole del cielo, riflesso negli occhi di sua madre che macinava raccomandazioni, in ogni post di Instagram che le scorreva davanti. Lui però non era più lì. Si trovava a mille miglia di distanza, portato lontano dal trasferimento di suo padre per farglielo dimenticare per sempre…iniziò tutto un bel po’ di tempo fa: Anna, una dolcissima ragazza dai capelli biondi, con un viso soffice come la neve e con gli occhi verde speranza, residente a Busto Arsizio; Giacomo, un playboy dai capelli biondo scuro, occhi azzurri e sguardo seducente, con “la fila di ragazze”, sempre pronta ad avvinghiarselo e proveniente da Bari, città portuale della Puglia.Nessuno dei due sapeva che cosa gli stava per riservare il destino, ma una cosa è certa: dal momento in cui si sarebbero incontrati non si si sarebbero lasciati mai. Era la sera del 23 agosto 2019, Anna si stava preparando per la grande festa del suo 18esimo compleanno, ma ad un tratto squillò il telefono: era Christian, che gli chiese se alla festa avesse potuto portare anche un suo carissimo amico, Giacomo. Anna accettò, ma lei non sapeva ancora che quella telefonata avrebbe segnato per sempre il suo futuro. Iniziò il party, e finalmente arrivò l’ospite tanto atteso; gli sguardi di Anna e Giacomo si incrociarono subito, e fu subito intesa tra i due. Da quel momento non si sarebbero allontanati mai l’una dall’altro; ma fu solo alla fine della festa che Anna v venne a sapere che Giacomo abitava a un bel po’ di km di distanza da lei, che era qua solo per motivi di lavoro di suo padre e, cosa più importante, era già fidanzato con una ragazza che abitava nel suo paese, figlia del migliore amico del padre. Quelle parole le provocarono come una ferita al cuore, ma che pian pianino si rimarginò, perché Giacomo non era mai stato innamorato di quella fanciulla, bensì era il padre che l’aveva scelta per lui, negandogli ogni possibilità di decisione.I due decisero di frequentarsi normalmente, senza dare troppo nell’occhio e fino alla fine delle vacanze estive, evitando così che il padre venisse a sapere della loro relazione, perché in quel caso, Giacomo sarebbe stato portato via per sempre, lontano da lei. I due escono di nascosto quasi ogni giorno e cercano di passare ogni singolo momento insieme; fino a che non arriva il momento tanto temuto da entrambi, quello di dividersi. Si sentono atterriti dalla la notizia, ma ad Anna viene promesso che ogni settimana avrebbe ricevuto una sua visita e che un giorno, non si sarebbero più lasciati. L’amore nell’aria cresceva sempre più, ma loro non avevano calcolato un particolare, o meglio una persona, che venne a conoscenza dei costanti e sospetti viaggi del figlio verso il luogo dove avevano trascorso le vacanze estive. Questa cosa ormai andava avanti da mesi e, come se non bastasse, il padre aveva ricevuto brutte notizie dalla fanciulla scelta da lui per Giacomo, la quale non lo sentiva più da un po’ e sospettava di un presunto tradimento.Suo figlio non sembrava molto propenso a spiegargli cosa stesse succedendo, così preparò un piano strategico per capire davvero cosa facesse Giacomo a Busto Arsizio. Organizzò un altro viaggio di lavoro proprio in quella città, così da poter seguire ogni passo di suo figlio e togliersi dalla testa qualsiasi possibilità che lui potesse uscire con un’altra ragazza. Anna e Giacomo erano entusiasti della notizia, ma non sapevano che il padre stava per sferrare un tiro mancino, che avrebbe complicato la loro situazione sentimentale. Era il 18 gennaio 2020, e l’incubo per i due innamorati era appena iniziato:entrambi erano stati sorpresi dal padre, mentre si scambiavano segni d’affetto in centro a Busto. Egli, aveva deciso di intervenire immediatamente e allontanare suo figlio da Anna con la forza, mentre lei gli correva dietro piangendo come una disperata. Giacomo non ha avuto neanche il tempo di salutarla per l’ultima volta, che suo padre lo aveva trascinato subito in aeroporto, senza nemmeno esitare. E così, eccoci all’inizio del nostro racconto, , era il 19 gennaio 2020, Anna non smetteva di pensare alle bellissime fossette di Giacomo e al modo in cui la prendeva per i fianchi per portarla verso di sé, facendola sentire la ragazza più sensuale del mondo. Non aveva più notizie da lui dal giorno prima, quando quel maledetto guastafeste di suo padre se lo portò via. Ma accadde una cosa inaspettata, sentì suonare il telefono e la voce che le parlava la riempiva di gioia e di lacrime allo stesso tempo: era Giacomo, che le diceva di prendere quello che poteva per scappare da casa sua e andare insieme a lui all’aeroporto di Malpensa, da dove avrebbero preso un volo per andare il più lontano possibile dall’Italia. Dall’altra parte, però, suo padre quando tornò a casa avvertì qualcosa di strano; la stanza di Giacomo era sottosopra e semi vuota, con una lettera sopra il letto, nella quale aveva scritto di farsi da parte, perché stavolta il finale della storia non lo avrebbe scritto lui come tutte le altre volte. Imbestialito cercò di raggiungere Busto Arsizio prima di suo figlio e mettere fine a questa buffonata una volta per tutte, ma questa volta andò diversamente. Anna e Giacomo erano ormai sull’aereo diretti per Miami, dove sarebbero rimasti fino a che non avrebbero messo da parte un po’ di soldi per trasferirsi definitivamente alle Seychelles e realizzare così il loro sogno: avere una famiglia e amarsi ogni giorno di più.
RACCONTO 18: Era un giovedì mattina, fuori c’era un cielo azzurrissimo e un sole che spaccava le pietre. Come tutti i giovedì mattina, Meredith era a casa da scuola per il suo giorno libero e, come sua abituale routine, si recò in biblioteca per studiare, pensando di non incontrare nessuno di interessante. Quella mattina Meredith entrò in biblioteca, prese il suo solito caffè e poi si recò al suo tavolo preferito, si sedette e iniziò a leggere, studiare e svolgere i compiti. Dopo qualche qualche ora, finito di studiare, rimise a posto tutti i suoi libri e si avviò verso l’uscita; ma, proprio mentre Meredith si avviava verso l’uscita, incappo in bellissimo ragazzo, con capelli pettinati alla perfezione e due fantastici occhi verdi che la ipnotizzarono. I due ragazzi si scontrarono, cadendo a terra entrambi, essi si rialzarono immediatamente e, subito dopo, lui tendendogli la mano, le disse: “Piacere il mio nome è Derek il tuo?” Meredith, imbarazzatissima per l’accaduto, diventò rossa e gli disse balbettando: “Me...Meredith piacere”. Dopo essersi presentati ognuno prese la propria strada, separandosi. Quel giorno Meredith tornò a casa con un sorriso a trentadue denti e con l’umore alle stelle. Il giorno dopo i due si rincontrarono a scuola, però fecero finta di niente , proseguendo tutti e due proseguirono dritti per le proprie strade, senza neanche battere ciglio. Meredith, entrata in classe, andò subito dalla sua migliore amica Cristina, alla quale raccontò tutto , confessandole che non riusciva più a smettere di pensarlo. Passò una settimana e il giovedì successivo, come al solito, Meredith andò in biblioteca e, come da routine, si sedette, prese un caffè e iniziòa studiare. Mentre era lì seduta al tavolo, sentì qualcuno arrivare alle sue spalle e chiederle: “Posso sedermi oppure è occupato?” Meredith rispose subito dicendo che il posto era libero: quando vide Derek sedersi, fece una faccia imbarazzatissima e di scatto si alzò, raccolse le sue cose e si fiondò subito alla porta. Mentre tornava a casa, pensava a quanto fosse strano averlo rivisto ancora in biblioteca, dato che non era mai venuto prima. Come la settimana precedente, arrivata a scuola, , iniziò raccontare a Cristina quello che era successo,decidendo insieme che visto che lei non riusciva a smettere di pensare a lui, avrebbe dovuto farsi avanti e far accadere qualcosa. Il giovedì dopo Meredith andò in biblioteca, si sedette, aspettando che Derek fosse arrivato e si fosse seduto al tavolo con lei, quando lui arrivò lei si fece avanti nonostante fosse diventata completamente rossa e balbettante: prese coraggio, lo guardò e gli chiese il suo numero. Lui la guardò con un’intensità tale da farle capire che era la persona perfetta per lei, si scambiarono i numeri, ma lei corse subito via. Ora era il momento di organizzare la seconda fase del piano: chiedergli di uscire. La sera stessa Cristina, arrivò a casa di Meredith, mangiarono insieme e poi si fiondarono subito in camera sua a scrivere e analizzare attentamente tutte le possibili opzioni, finalmente verso le 23:15 trovarono il piano perfetto. Cristina e Meredith allora andarono a dormire e il giorno dopo, a scuola, fecero di tutto per incontrare Derek e permetterle di chiedergli di uscire. Quando, finalmente, riuscirono ad incontrarlo gli si gettò addosso, prese un grande respiro e gli chiese di uscire. Lui la guardò sempre con i suoi magnifici occhioni verdi e le rispose esclamando un forte: “CERTO”. Quando Meredith sentì la sua risposta, corse subito da Cristina e le disse che aveva accettato. Nel pomeriggio, quando Meredith era a casa, ricevette un suo messaggio: saltò in aria dalla gioia e rispose per mettersi d’accordo sul da farsi. Il giorno del loro appuntamento, lui passò a prenderla a casa, uscirono, andarono al luna park sul lago vicino a casa e si divertirono un sacco. Alla fine dell’appuntamento, Derek la riaccompagnò a casa e, proprio sul ciglio della porta, lui la afferrò e la baciò; alla fine del loro interminabile bacio lei lo salutò, entrò in casa e lui rincasò. Super contenta, chiamò Cristina e le disse che ormai era fatta: era innamorata persa di lui. Passato qualche giorno i due si rividero a scuola , però accadde qualcosa di imprevedibile: proprio mentre la stava salutando con un bacio, arrivò una ragazza di nome Addison, che si presentò a Meredith come ragazza di Derek. Meredith rimase pietrificata e per un attimo smise di respirare, Derek la guardò e le chiese se era tutto okay, guardandolo, scappò in bagno in lacrime. Appena Cristina scoprì l’accaduto andò subito da lei a consolarla e dirle che avrebbe trovato sicuramente qualcun altro, ma lei le rispose, dicendo: “Non troverò mai qualcun altro che mi farà battere il cuore come lui” e tornò di nuovo a piangere. La sera stessa Derek la chiamò per scusarsi, ma lei non voleva sapere più niente di lui e non intendeva rispondergli. Il giorno dopo la cercò a scuola e andò allora di persona a farle le più sincere scuse, dicendole che non voleva ferirla in quel modo orrendo e che avrebbe dovuto dirglielo prima; tuttavia lei non accettò le sue scuse e se ne andò con grande dispiacere. Passata una settimana, si ritrovarono come ogni giovedì in biblioteca, seduti allo stesso tavolo ma con un po’ di tristezza nell’aria. Ad un certo punto Meredith lo guardò e gli confessò che era l’amore della sua vita, la persona che dopo un sacco di tempo aveva amato per davvero; ,lui, come suo solito, la guardò con occhi ipnotici e le disse che pure lui provava le stesse cose, le disse che la prima volta che si erano visti era come avvenuto un colpo di fulmine, ma le disse anche che purtroppo lui non poteva lasciare Addison perché era stato il suo primissimo vero amore, anche se ormai svanito da tanto. Lei lo guardò e a malincuore se ne andò. Passato un po’ di tempo,cercando si evitarsi a scuola, di sopravvivere agli sguardi e ai commenti degli altri, Meredith decise di andare avanti, ricominciando a conoscere altri ragazzi. Dopo un po’ di tentativi “tra nerd e altri generi”, capì che Derek era incomparabile e che non poteva farne a meno. Assodato ciò, entrata a scuola, si diresse verso di lui e gli confessò che solo lui poteva colmare il vuoto che aveva dentro e che lui avrebbe dovuto scegliere lei al posto della persona che ormai da tanto non amava più come prima. Lui rispose nuovamente che gli sarebbe davvero piaciuto molto, ma che non poteva; allora lei decisa e determinata, ribattè che avrebbe fatto di tutto per fargli cambiare idea. Passato qualche giorno Meredith chiese aiuto a Cristina perché era disperata e non sapeva cosa poteva fare, insieme stabilirono che che era il momento di fare un gesto talmente grande che non poteva non essere preso in considerazione: Meredith avrebbe confessato il suo amore per lui davanti a tutta la scuola. Deciso il piano, il giorno e il momento perfetto iniziarono ad organizzare tutti i preparativi per l’evento. Arrivato il gran giorno, aspettò fino al momento dell’intervallo quando tutti gli alunni erano riuniti per iniziare; ad un certo punto, tutto il frastuono di voci si placò gli alunni si girarono tutti verso di lei e lei che, approfittando del momento, con faccia seria e molto coraggio, salì in piedi sul tavolo in centro alla sala e con voce ferma disse tutto quello che provava per lui, concludendo il discorso con “Vuoi essere il mio ragazzo?”. Lui alla fine di questo magnifico discorso, corse da lei salì sul tavolo e con enorme gioia le rispose “Sì”. I due felici scesero dal tavolo, si presero per mano e si baciarono davanti a tutta la scuola, facendo invidia anche alla più bella coppia esistente.Alla fine della giornata , incontrano anche Addison che li guardò e disse: “Me lo sarei dovuta aspettare che prima o poi avresti trovato l’amore della tua vita”. Derek la guardò e le disse: “Sì, hai ragione è proprio lei”. A questo punto i due tornarono a casa è passarono giorni e giorni insieme come in una fiaba.
RACCONTO 19: Chiamata per un impellente esigenza lavorativa Jennifer parte per la Francia con Gioia e Roby, le sue migliori amiche . Atterrate a Parigi, Jennifer presenta, subito, alle amiche Diego, un ragazzo francese che sta lavorando con lei per un affare , il quale si dimostra immediatamente attratto da Gioia; le invita, quindi, ad unirsi a lui per andare ad un club della città la sera stessa. Le ragazze, senza farselo chiedere due volte, si presentano alla festa e, mentre ballano, Jennifer fa la conoscenza del famoso DJ Leo West e tra loro scatta subito la scintilla; senza perdere tempo, Leo chiede a Jennifer per quanto si sarebbe fermata e quando potrà rivederla, lei a sua volta gli lascia il suo numero di telefono, sperando in una chiamata. Neanche il tempo di tornare dalle sue amiche, che queste avevano già fatto amicizia con un ricco uomo francese, Daniel, il quale le aveva invitate ad un after-party, al quale avrebbe dovuto partecipare anche Leo (cosa che alla fine non fa). Durante la festa le ragazze si divertono molto, ma a un certo punto Roby costringe le altre due amiche ad abbandonare la festa perché non si sentiva bene. Di ritorno all’albergo le ragazze si fermano a mangiare e mentre chiacchierano, Roby e Gioia propongono a Jennifer di andare a Saint-Tropez , proprio dove, la sera seguente, si sarebbe svolta l’esibizione di Leo. Jennifer, inizialmente tentennante, alla fine accetta e così partono per Saint-Tropez dove sull’aereo conoscono tre ragazzi inglesi.Arrivate a Saint-Tropez si preparano per andare al party in cui si esibirà Leo. Disperse però in mezzo alla campagna trovano all’ultimo un taxi che le accompagna alla festa. Arrivate al club incontrano i ragazzi conosciuti sull’aereo, con cui ballano e si divertono. Qui Leo fa entrare Jessica dietro le quinte e la bacia, promettendole di finire prima la serata per stare con lei; prima di andare via Roby e Gioia invitano Jennifer a non fare tardi dato che la mattina successiva avrebbe dovuto presenziare al meeting di lavoro. I due ragazzi incominciano a baciarsi appassionatamente, poi si recano nella stanza d’albergo dove passano la notte insieme . La mattina dopo Jennifer si sveglia tardi e perde l’aereo, così Roby e Gioia tornano a Parigi senza di lei. Jennifer cerca, comunque, di arrivare all’aeroporto con Leo e, dopo un addio commovente, prende il volo successivo. Per coprirla Gioia, con l’aiuto Diego e di Roby, si finge Jennifer per presentarsi al meeting e non farle perdere il posto di lavoro. Fortunatamente, Jennifer impiega poco tempo per arrivare. Inizialmente si preoccupa per l’andamento del meeting, poi si tranquillizza vedendo che Gioia riesce a cavarsela e a chiudere l’affare; quando tutto sembra andare per il meglio, i clienti chiamano tramite Skype il capo di Jennifer questi, quando puntano la webcam verso Gioia non riconosce la sua dipendente, così Jennifer corre dentro il bar e cerca di spiegare la situazione, mentendo brevemente. Quella sera stessa ripartono per New York e arrivate a casa stanche, Roby e Jennifer si rilassano ripensando al loro fantastico viaggio. Il giorno dopo Jennifer si presenta nell’ufficio del suo capo, dove viene licenziata. Non è un male infatti ora può sfogarsi dicendo al suo capo quanto ha odiato il suo lavoro e lui, e lo minaccia di riprendersi tutti i clienti che le ha fornito durante i suoi anni di lavoro.Mentre Roby, Gioia e Jennifer sono a cena fuori, quest’ultima riceve una chiamata da Leo che la invita a Tokyo per vederlo esibirsi e per stare insieme; Jennifer rifiuta e invita Leo ad andare lui a New York dove vive lei; egli risponde che è disposto a farlo e così si salutano. Ritornata dalle sue amiche, Jennifer racconta quello che si sono detti; le ragazze, cercano di convincerla ad accettare la proposta e a partire tutte insieme. Jennifer inizialmente dice no, ma poi si fa convincere. In viaggio verso Tokyo, Jennifer ripensa alla sua vacanza passata con le sue migliori amiche, preparandosi alla nuova entusiasmante avventura che andranno a vivere.
RACCONTO 20: Ciao, mi chiamo Lucrezia, abito a New York con mia madre e devo incominciare il secondo anno al college. Sono molto timida e diversa dalle altre ragazze della mia età, che pensano solo ad avere un ragazzo, a me interessa divertirmi con le mie amiche e ad andare bene a scuola. Ora, mancano due giorni dall’inizio e, due sere fà, me n’è capitata una che forse sconvolgerà la mia intera vita, proprio durante la festa di fine estate di Luca, un amico di Giulia, una delle mie migliori amiche. Tutto è iniziato quando erano circa le 19:00 e le mie amiche si stavano preparando da me: Giulia indossava un abito rosso, corto, attillato tanto da che le definiva perfettamente i fianchi e un paio di tacchi neri; Chiara una magliettina corta azzurra ed una gonna in pelle nera con degli stivali alti dello stesso colore; io, avevo deciso di optare per un look “sobrio ed anonimo”, un paio di jeans neri e una camicetta bianca con un paio di scarpe da ginnastica cangianti. Sono sempre stata la “diversa” del gruppo, non mi piace mettermi in mostra e mostrare il mio fisico. Mentre, le mie amiche, a differenza mia, si stavano truccando, Giulia, una di loro, squadrandomi mi suggerì di cambiarmi e indossare una gonna o un vestito. Proprio io, come se non mi conoscesse, che, non ho mai indossato un vestito, o almeno l’ultima volta sarà stato al mio battesimo!. Tuttavia, Giulia aveva continuato ad insistere e Chiara aveva fatto lo stesso, così alla fine mi ero arresa, rimettendo a loro la decisione dell’abito. Dopo infinite prove e discussioni, alla fine Chiara mi aveva fatto indossare un suo vecchio vestito blu con una scollatura a V, abbinato ad un paio di scarpe col tacco nere. Non mi trovavo a mio agio con indosso quelle cose, ma le mie amiche mi dicevano che stavo bene, quindi ho deciso di uscire come loro avevano stabilito. Una volta uscite, avevamo preso un taxi che ci aveva portate da Luca; nemmeno il tempo di entrare e già si sentiva la musica a palla risuonare nella villa: c’era gente di ogni tipo, vestita in modo strambo, con maschere da unicorno e molte altre, gente in costume e altri in pigiama. Luca ci aveva accolto con un drink di benvenuto e ci aveva presentato dei suoi amici. Non mi interessavano. Finite le presentazioni io e le mia amiche ci eravamo dirette verso la pista da ballo e così, una canzone dopo l’altra, si era fatta mezzanotte passata. Era giunto il momento di accendere, il falò in giardino, mi sedetti su un divanetto posto intorno ad esso, e poco dopo, neanche a farlo apposta, mi accorsi che quando le mie amiche erano sparite per andare a ballare con dei ragazzi, lasciandomi sola. Poco dopo accesero il falò e un ragazzo si sedette a fianco a me: non l’avevo mai visto, molto alto, occhi a mandorla color nutella, capelli castani portava una camicia bianca, leggermente sbottonata, e una paio di jeans neri. Mi fermai un attimo a guardarlo, mi dava una strana sensazione. Lui notò che lo stavo fissando e si presentò: si chiamava Tommaso, era appena arrivato qui e doveva iniziare il college, era cugino di Luca ed aveva due anni più di me. Abbiamo passato la serata a parlare, ma si era fatto veramente tardi ed era giunto il momento di tornare a casa. Decise di riaccompagnarmi a casa e prima che mi salutasse, ci scambiammo i numeri. Era la prima volta che mi succedeva una cosa del genere, ero abbastanza agitata e in panico.Mi gettai stanca nel letto, pensando a lui. La mattina seguente, mi svegliai un po’ stordita dalla serata, erano le 10:00 e guardando il telefono, vidi che c’era un messaggio di Tommaso: mi chiedeva di uscire a pranzo insieme a lui. Accettai. Mi era venuto venne a prendere sotto casa, era particolarmente felice, anche io lo ero, anche se non sapevo come comportarmi o cosa chiedergli. Una volta arrivati al ristorante, mi sono resa conto che era tutto molto naturale e chiaro, abbiamo parlato di noi e ci siamo conosciuti a vicenda. In un attimo di silenzio, lui mi ha guardato e mi ha detto: “Tu non sei come le altre, tu mangi pistacchi, non ti interessa apparire nella vita ma vivere”. Mi a stupii delle sue parole e me ne stupisco ancora, in sole poche ore aveva capito a pieno che ragazza sono. Forse mi sto innamorando...
RACCONTO 21: Ci sono due tipi di persone al mondo, chi si morde le unghie quando è nervoso e chi si tocca i capelli. Poi ci sono io, che mangio pistacchi. Si, i pistacchi, quei semi oleosi che si trovano dentro ad un guscio a volte semi aperto e altre, invece, totalmente chiuso, tant'è che rischi di farti male aprendolo. Ma poco importa, perchè preferisco rovinarmi un'unghia sforzandomi di arrivare al frutto, piuttosto che morderla e basta. Il pistacchio è come il fine di una ricerca scolastica: non puoi mangiarlo se non lo sgusci e non puoi dire la tua se non sei informato. Bisogna scavare, bisogna prendere fiato e immergersi in un lago d'acqua dolce, che poi, dolce non è e magari, finire per scontrarsi con un mulinello che ti tratterrà nell'abisso; bisogna andare oltre. Oltre a ciò che i 'Grandi della terra' mostrano a noi, popolo schiavo e talvolta ignorante, che da sempre non prende posizione e lascia passare senza dover richiedere un lasciapassare. Siamo pieni di domande, domande a cui non sappiamo realmente dare delle risposte, risposte che a nostra volta diventano bugie o certezze senza logica. Scegliamo noi in cosa credere, se in un ipotetico Dio o nelle teorie che qualche Hubble ha fatto, se pensare che un uomo possa creare il tutto in sette giorni o se credere in una cosmologica esplosione. Ma non puoi limitarti a credere in tutto questo. Abbiamo il dono del “pensare”/ pensiero , poter immaginare qualsiasi cosa senza confini né barriere, possiamo ragionare/interrogarci su tutto/ porci qualunque questione ma io, tu, tutti quanti, dopo averlo fatto, finiamo al punto di partenza. Ulisse, in un canto dell'Inferno Dantesco, per spronare i suoi compagni a proseguire il cammino oltre le colonne d'Ercole disse: ''Considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza''; ecco, noi non viviamo come animali, ma non siamo di certo esploratori spronati alla ricerca del vero sapere. Tu, singolo, credi che tutto sia risolto, che ormai il mondo abbia preso un suo treno con chissà quale destinazione, magari una fine o magari un nuovo inizio, non ti importa di sapere realmente perché ancora oggi i popoli si odiano e la gente muore. Guardi fuori dalla tua finestra e per te è finita lì, il tuo mondo è quello, ti limiti a seguire la massa per paura di essere lasciato da parte, ma la verità è che la massa non pensa, è un branco di ignoranti, un vortice che non può finire, un tornado che intrappola sempre più persone. E' sempre stata imposta l'uguaglianza dai nostri 'superiori'; prima dovevamo avere un solo Dio, poi un solo pensiero, una sola razza, un solo orientamento sessuale, un solo mondo. Ci hanno donato molteplici capacità tra cui la mente che fa da guida, la psiche da intelligenza e il corpo da specchio di noi stessi. Sta a noi scegliere quale azionare, con quale voler affrontare le situazioni. Io scelgo di non farle cedere alle imposizioni che mi vengono imposte, scelgo di voler sapere perchè la mela cade dall'albero, perchè noi proviamo emozioni o perché il Sole ci scalda. Scelgo di voler sapere, ma in sostanza non so nulla. Io, come voi, mi arrendo davanti a domande, ahimè, irrisolvibili, per le quali non basta credere a delle supposizioni o storiche teorie. E quindi la smetto. Smetto di chiedere, smetto di domandare e finisco per diventare come tanti miei compagni, troppo curiosi per adattarsi, troppo ribelli per abituarsi. Abituarsi ad avere una risposta per ogni quesito. ma si sa, non ci sono bugie se non ci sono domande e noi in queste ultime, ci viviamo. Finisco, così, per rovinarmi un'altra unghia e masticare un altro seme. Chi lo può sapere. Magari al suo interno c'è del sapere.
La quarantena, sembrò interminabile, procedette ancora per per giorni e giorni...Lasciò dentro di loro un segno indelebile, ma li rese più consapevoli:
Riscoprirono l'importanza del contatto umano, incomparabile rispetto alla freddezza della comunicazione multimediale; assaporarono il piacere che poteva nascere dalla lettura e dalla scrittura, in poche parole dalla fuga nell'immaginazione; compresero l'importanza della scuola, luogo di incontro e condivisione, ancor prima che di insegnamento...Ma, soprattutto, impararono che valore ha la LIBERTÀ!
FINE
AUTORI: Bernardis Sara, Bianchi Marta, Brun Alessandro, Calloni Alessia, Campello Andrea, Canziani Valentina, Carraro Michelle Maria, Cattel Giorgio, Chinetti Martina, De Franco Alessia, De Giovanetti Arianna, Ferraiuolo Maristella, Fornabaio Mirko, Franzina Alessia, Marinotto Simone, Ottolina Marco, Porro Guenda, Radicchi Martina,Tonani Davide, Vezzaro Giacomo, Zaro Giovanni Matteo
COORDINA E SUPERVISIONA: prof.ssa Ardemagni Chiara
Credits:
Creato con immagini di Ashton Mullins - "untitled image" • Viktor Forgacs - "Covid-19 virus" • Daniele Levis Pelusi - "March 2020 emergency in Italy and worldwide" • Perchek Industrie - "1/ Macro Eyes" • Jay - "untitled image" • tommy boudreau - "Basketball court" • Duy Pham - "untitled image" • Mayur Gala - "Love under setting sun" • Natalia Figueredo - "untitled image" • Sinziana Susa - "untitled image" • Aaron Burden - "Writing with a fountain pen"