Boccaccio

Giovanni Boccaccio nasce in Toscana (ancora non sappiamo con certezza se a Certaldo o a Firenze) nel 1313. Frutto di una relazione illegittima tra il padre, il mercante Boccaccino di Chelino, e una donna di estrazione sociale inferiore, viene riconosciuto e cresciuto dal genitore a Firenze.

Nel 1327 parte giovanissimo per Napoli, per imparare il mestiere mercantile e bancario, seguendo il desiderio paterno di vederlo sistemato in una professione stabile. L’esperienza napoletana si rivela però molto diversa rispetto alle aspettative, traducendosi in anni di svaghi e spensieratezze presso i raffinati ambienti della corte angioina.

Grazie agli stimoli della vivace vita culturale che anima la nobiltà napoletana, Boccaccio inizia ad interessarsi ai classici latini e ai grandi capolavori in volgare, Dante su tutti. Fu il primo a fare pubbliche letture della commedia attribuendole l'appellativo di "DIVINA".

Dopo la peste del 1348, inizia il suo capolavoro, il Decameron.

Il Decameron, l’opera più celebre di Giovanni Boccaccio, viene composto tra il 1349 e il 1353. Essa racconta la vicenda di dieci giovani (sette femmine e tre maschi), che, per sfuggire alla peste del 1348, si ritirano in una villa di campagna, dove trascorrono dieci giornate narrandosi vicendevolmente delle novelle per ingannare piacevolmente il tempo.

L’opera di Boccaccio è composta da una cornice narrativa, in cui l’autore racconta le vicende della “brigata” in fuga da Firenze e da cento novelle suddivise in dieci giornate. Boccaccio si dedica a un'opera che ha come fine quello di intrattenere le "vaghe donne", ovvero le lettrici alto-borghesi, che diventano le destinatarie privilegiate del testo.

Ogni giorno, i giovani eleggono un re o una regina che ha il compito di scegliere l’argomento su cui raccontare novelle; centrale sarà il tema erotico-amoroso, cui si aggiunge quello dell’avventura e della capacità di alcuni personaggi di cogliere le circostanze più favorevoli dell’esistenza, quello del “motto” e della “beffa” che esaltano l’intelligenza (o deridono la stupidità) del singolo, e quello della rappresentazione della società contemporanea. La Fortuna è considerata qui in un’ottica laica ed immanente, ed è l’elemento fondamentale dello scorrere della vita dell’uomo, che dev’essere sempre pronto a reagire agli imprevisti del caso. A fianco della Fortuna, sta la Natura, cioè l’amore, rappresentato come pulsione naturale e spontanea dell’uomo e della donna, e contro cui è inutile tentare di opporsi. In tal senso, nell’amore boccacciano non c’è nulla di lussurioso od osceno, perché esso è per l’autore una forza che eleva e nobilita l’animo umano, e ne smuove l’ingegno promettendogli il più lieto degli appagamenti.

Lo scrittore, ormai anziano e malato, si spegne a Certaldo nel 1375.

Quarta giornata, prima novella: Tancredi e Ghismonda.

Tancredi, Principe di Salerno, ha una figlia, Ghismonda, molto amata e la fa sposare al figlio del Duca di Capua, ma lei rimane vedova e torna da lui. Tancredi non cerca più un marito per la figlia, ma lei vuole qualcuno da amare e lo cerca a corte. Ghismonda si innamora, ricambiata, di Guiscardo, un giovane di nobili costumi ma povero.

I due cominciano ad incontrarsi segretamente nella stanza di lei. Guiscardo, per entrare nel castello, passa per una grotta sotterranea collegata ad una stanza di questo attraverso un passaggio segreto.

Un pomeriggio Tancredi si reca nella stanza della figlia, non la trova e si addormenta in un angolino. Quando arriva Ghismonda non si accorge di lui e fa entrare tranquillamente Guiscardo e giace con lui. Tancredi li sente, ma decide di non uscire per non mettere in imbarazzo la figlia, e quindi non si muove, lascia uscire i due e poi esce indisturbato dalla stanza.

Il giorno seguente Tancredi fa imprigionare Guiscardo e parla con Ghismonda rivelandogli di averla scoperta. Ghismonda non si difende, anzi dichiara tutto il suo amore per Guiscardo ed incolpa il padre per averla "costretta" a questi sotterfugi per incontrare il suo amante solo perché lui non voleva più maritarla.

Tancredi resta impressionato da questa sua dichiarazione, ma è irremovibile: fa uccidere Guiscardo e si fa portare il suo cuore, lo mette in una coppa e lo fa portare a Ghismunda.

Ghismunda si dispera e giura che raggiungerà Guiscardo per riunire le loro anime, poi riempie la coppa del siero velenoso di alcune piante e si avvelena.

Arriva Tancredi e si mette a piangere, Ghismunda gli dice che è inutile piangere per quello che si è desiderato e gli chiede di essere sepolta con il suo amore e poi muore.

La figura della donna che emerge da questa novella è molto forte, infatti Ghismunda dimostra delle capacità quali la capacità di ascoltare e di dominare le parole, quella di architettare intelligentemente le sue mosse e quella di sopportare coraggiosamente e dignitosamente la sventura (ne è un tipico esempio il colloquio col padre) che la rendono molto simile ad un eroe e rivelano il suo ruolo fondamentale nel rapporto amoroso, in effetti, è lei che sceglie Guiscardo, lei che prende l'iniziativa e sempre lei che architetta mille sotterfugi per soddisfare il proprio desiderio. Per effetto di questa supremazia l'uomo svolge un ruolo subordinato alla donna amata, infatti a lui spetta solo il compito di recarsi agli appuntamenti (in questa particolare situazione non era un compito facile) e di soddisfare i desideri di lei. Questo schema ricalca fedelmente il modello dell'amor cortese e ne riprende tutte le sue caratteristiche.

Tornando alla figura femminile trattata dal Boccaccio in questa novella, essa si presenta come dominatrice e rivela virtù quali la fermezza, la coerenza, la sincerità, la dignità che superano quelle del padre infatti dal confronto con la figlia Tancredi esce decisamente perdente sia per la sua fragilità che per la sua codardia, e anche per la sua grande incoerenza (prima provoca la morte della figlia amata e poi la piange disperato).

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