Mille chilometri pedalando nel “mio” territorio. Una ricognizione dei luoghi più affascinanti e deturpati del Veneto. Una testimonianza delle terre sottratte, di quello che era terra e che ora è diventato “modernità”. Utilizzare la fotografia come strumento di memoria per fermare lo sguardo sugli abusi che imponiamo al territorio. Un andare per ritrovarsi. Un andare per fermarsi.
Percorrere un ideale itinerario che vuole congiungere come un gioco enigmistico, i Geositi Veneti. Un viaggio in solitaria che vuole percorrere i numerosi tratti ciclabili che stanno ridisegnando un diverso andare in bici, per provare a sottrarsi al traffico ed impostare un ideale tracciato permanente che possa essere sfruttato dai numerosi cicloturisti.
Riparto da qui, dal mio solito sedile blu contromano lato corridoio. Riparto da qui, dal mio ritornare serale. Riparto da qui, da questa nuova pagina bianca che aspetta l’inchiostro della mia penna. Riparto dopo aver perso chissà dove, il vecchio blocco degli appunti che raccoglieva tutti i miei pensieri sul Veneto b side. Pensieri pre e post. Pensieri, idee, progetti in parte verificati sul campo, in parte realizzati, in parte mai verificati, mai sviluppati. Riparto dopo giorni di ricerca, giorni di speranza nel ritrovare quelle righe sulla scrivania al lavoro. Una mia cara amica, mi ha fatto notare, che a volte si perdono le cose per fare spazio ad altre.
Ok ci credo, mi sforzo di crederci.
Mentre scrivo queste parole, me ne convinco. In quelle pagine perse, c’era qualcosa che non mi convinceva, qualcosa di amaro, di forzato, con un racconto non fluido. Era una scrittura arrancante, difficoltosa, interrotta, nella quale facevo fatica a ritrovarmi. Forse doveva succedere. Dovevo perdere quei pensieri: staccarmene. Una doccia fresca per lavar via quell'amarezza per le cose non andate per il verso giusto, che non mi facevano apprezzare quanto realizzato.
Una bici anarchica, fuori dagli schemi e dalle categorie che tanto piacciono ai gruppi identitari, tutti detentori dell’unico, a loro modo, e indiscutibile modo di andare in bici. Una bici per pensare, per conoscere, per far nascere e crescere idee migliori e come sosteneva Margherita Hack una bici per pedalare e riflettere. Alfredo Martini, storico CT della nazionale italiana di ciclismo, sosteneva che il ciclismo è l’unico sport che ti permette di pensare mentre lo si pratica: più si pedala e più si pensa. Albert Heinstein dichiarò che la teoria della relatività, l’aveva avuta mentre andava in bici. Non pretendo certo di partorire cose simili! Ero arrivato al punto che mi serviva inconsciamente qualcosa di terapico, una “ciclo-terapia” per curare il corpo e la mente. Mila Brollo, ha proprio definito la bici come mezzo terapico. Una bici filosofica che si metta in azione quando si vuole pensare [walter Bernardi - la filosofia va in bicicletta]
Forse mi sto imbarcando in un viaggio/lavoro ancora una volta troppo complicato, ma ci voglio provare ugualmente, perché questa volta non avrò linee d’arrivo da superare e un tempo limite da rispettare.
Sono consapevole che il mio bagaglio di conoscenze, forse, non è all'altezza di un reportage lungo il Veneto. Per essere in grado di restituire una fotografia ,sia essa digitale o sotto forma testuale, bisogna quanto meno conoscere i contorni dell’oggetto, contorni non solo spaziali, ma anche storici, le sue origini e possibilmente una visione oggettiva del presente e una probabile proiezione futura.
Solo, sono per la prima volta solo, dopo tanto tantissimo tempo. Mi godo questa solitudine scendendo dal rifugio, fino a Misurina e poi su per il passo Tre Croci. Ritrovo Enrico e con un pò di calma sistemo il cambio. Ora funziona. Colazione e via su per il Falzarego per poi scendere verso Rocca Pietore. Prime ore della mattina. Prime prove libere lungo i tornanti del Falzarego. Prendo il mio ritmo, lento, forse troppo, ma è quello che posso permettermi ora alla prima salita di questi 6 giorni. Enrico accelera e lo rivedrò in cima.
All'improvviso si apre lo scenario di devastazione lasciato dalla tempesta VAIA che ha colpito pesantemente la zona nella serata del 29 ottobre 2018. Interi versanti stravolti con tonnellate di alberi schiantati al suolo. Nessuno è stato rimosso, se non quelli di intralcio alla circolazione automobilistica e quelli più facilmente raggiungibili. Gli scenari sotto il Col di Lana sono desolanti, rimango senza parole e provo a cercare un pò di silenzio per osservare quanto accaduto quella sera di fine ottobre che ha così pesantemente segnato il territorio che sto cercando e che voglio conoscere, capire.
Mi sveglio nel totale silenzio al terzo piano di questa casa vacanze a Laste, sopra Rocca Pietore con il Cordevole che movimenta il fondo valle. La stanza è vuota. La luce filtra già in abbondanza e immagino di essere in netto anticipo rispetto alla sveglia. Nulla di più sbagliato! Ho dormito così profondamente che non ho manco sentito il drin drin. Sono tremendamente in ritardo, non tanto con me stesso, li troverei velocemente delle scuse per giustificarmi, ma con Mario.
Riparto.
Mi giro in cerca di spunti fotografici e mi accorgo di un anziano signore seduto su una panchina in riva al fiume intento ad osservare la propria canna da pesca. Cerco di capire se sia un locale o meno, ma mentre lo penso, sto già mettendo nello zaino la fotocamera e inforcando la bici per continuare la discesa.
Tiro i freni. Mario mi aspetterà un po’. Mi faccio forza, per me non è facile approcciare sconosciuti in cerca di interviste: mica è il mio mestiere! Dario, pescatore per ora, cappello di feltro, alleghese da sempre. Gli chiedo di VAIA, di cosa vuol dire abitare in montagna nel 2019. Racconta senza timori, con voce profonda, guardando il lago, com'è andata quella notte di fine ottobre e di come il benedetto stato di allerta abbia risparmiato vittime. Non è scandalizzato dalla devastazione: in montagna capita, i boschi rinasceranno. Mi rendo conto che l’eccesso di clamore, quella voglia di indignazione, di spettacolarizzazione, è spesso merito di chi non ha vissuto di persona l’evento, ma è cosa buona solo per quelli che si vogliono riempire la bocca di paroloni. Dario non lascerebbe mai la montagna. Lo saluto.
Le trasformazioni territoriali sono talmente veloci che portano con loro trasformazioni altrettanto veloci nella vita di tutti. Luoghi comuni dispersi, emarginati, isolati, inaccessibili rendono le nostre vite interrotte da continui confini da superare. I nostri figli sono costretti da tempi e luoghi definiti che non concedono squarci, azzardi. Tutto completamente riempito da vuoti. Territori e noi, riempiti di vuoti.
Ora sono solo, nuovamente, e lo sarò fino alla fine di questo Veneto b Side. Ritorno in un’atmosfera urbana, calda, umida e trafficata fino al centro storico del capoluogo montano dove ad aspettarmi c’è quanto di più italico ci possa essere in una domenica estiva. Un raduno di 500 d’epoca strombazzanti in attesa di partire per il classico corteo prima del ritrovo in una qualche trattoria nelle vicinanze. Aspetto la loro partenza bevendo una coca e scattando qualche foto. Prossima tappa è il lago di Santa Croce dove devo necessariamente mangiare prima di affrontare la salita verso il Pian di Cansiglio.
Riparto.
Le mie terga sono incandescenti e il mio collo altrettanto, ma non ho via di scampo, non ho modo di nascondermi a questo caldo, non ho modo di nascondermi a questi cambiamenti climatici. Certo, cinque minuti di refrigerio all’ombra a bordo strada mi servono per ristabilirmi, ma poi altra salita e altro sole alle spalle mi attendono. Ormai il più è fatto, ma non essendo mai salito da questo versante, mi perdo il dente prima dell’altopiano. Strappo malefico che solo la vista della piana mi porta a dimenticare. Arrivo da Milo, presidente dell’associazione AgriCansiglio, che mi ospiterà questa sera nella sua casa, proprio nel mezzo della piana del Cansiglio.Sono stanco, cotto stracotto. Il sole mi ha cucinato a fuoco lento, anzi mi ha arrostito, abbrustolito.
Milo mi aveva avvisato - "Domani farà molto caldo". Saluto la famiglia, dopo un ottimo caffè fatto in casa e mi metto a pedalare di buona lena per raggiungere Stefano, alle grotte del Caglieron a Fregona. Le mie braccia non sono messe benissimo e per evitare il sole battente le copro con i manicotti. Arrivo alle grotte e Stefano è già lì che mi aspetta per offrirmi una visita guidata a questo magnifico geosito ricco di particolarità storiche e naturali. Stefano lavora all'azienda per la promozione del territorio di Fregona ed è veramente preparato. Sa tutto.
Ci mette passione e mi sento molto in imbarazzo nel dover, in qualche modo, tagliar la visita, visti i chilometri che mi aspettano in questa giornata. Lo saluto complimentandomi per l'entusiasmo che trasmette
A fine agosto torno sul territorio per ritrovarmi con Paolo Malaguti. Ho chiesto a Paolo, giovane e ormai affermato scrittore a livello nazionale, se poteva regalarmi un suo pensiero su questo Veneto, su questi Veneti, su questa pedemontana Veneta. Chiedo dove ha intenzione di portarmi e con sorpresa mi accorgo che stiamo andando verso il cimitero di San Vito di Altivole. In questa frazione veneta vi è una delle più visitate tombe monumentali nelle quale trova pace l'ideatore della Brionvega, sua moglie e l'architetto Scarpa che progettò il mausoleo. Cosa centri tutto questo con il Veneto b side, me lo son chiesto pure io, ma con un attimo di pazienza ve lo spiegherò nelle prossime righe.
Oliero
Altro geosito, altro prezioso incontro con Umberto, geologo che mi aspetta per parlarmi dell'importanza dei geositi e in particolare delle grotte di Oliero. Mi sorprendo ancora una volta, di quante persone ci siano, innamorate del territorio e desiderose di "sfruttarlo" nella maniera giusta, per valorizzarlo e farlo conoscere nel massimo rispetto. Siamo netta minoranza, minoranza nella minoranza, un numero esiguo di fronte al menefreghismo generale e al tornaconto personale. Quanti sarebbero disposti a rinunciare ad un proprio vantaggio rispetto ad un vantaggio per l'ambiente, ad un vantaggio comune?
Siamo già oltre i 35°.
Non amo il caldo, non lo sopporto! La mia vita “pendolante” da geologo da tastiera, mi ha reso insofferente alle alte temperature. Ora mi aspetta una lunga salita che conosco, che ho già fatto e che posso affrontare con serenità. Salgo per Foza, un tornante dietro l’altro mi servono per pareggiare l’abbronzatura: lato sinistro, lato destro e via con la trifacciale. Mi piace questa salita con la sua pendenza costante, mi lascia prendere il giusto ritmo. Non sono un grimpeur, non sono in formissima, non mi sono allenato a dovere, non ho perso i chili di troppo che mi porto dietro, ma salgo con calma, guardandomi attorno cercando di esplorare. La parte finale della salita porta verso Foza, piccolo paese nel settore orientale dell'Altopiano di Asiago.
Sono ancora in ritardo e l'appuntamento previsto a Campo Muletto con la guida ambientale è saltata vista l'impossibilità di una stanza d'appoggio. Riusciamo a trovarci ad Asiago prima di una pizza serale. Massimiliano è giovane, guida ambientale e vuole vivere nel suo Altopiano. Aggiungo un altro tassello per capire questo Veneto.
Ritorno in Marcesina a fine agosto per riempire il buco.
I lavori di pulizia e recupero del legname sono in pieno svolgimento e le cataste di legna ai bordi delle strade formano enormi mosaici di tessere gialle tondeggianti. E' sera dopo un'acquazzone. L'aria è umida e il sole calante sbuca tra le nuvole. Silenzio assoluto. Ormai sono passati otto mesi dalla nottata di tempesta e i boschi sembrano essere stati bombardati da artiglieria pesante. Interi versanti spogliati mostrano monconi e buche mancanti dalle radici che di punto in bianco hanno trovato la morte venendo all'aria. Crinali ricoperti dal bosco sembrano esseri spelacchiati, rendendo il vecchio profilo armonioso, una linea spezzata.Gli alberi rimasti sono come punti esclamativi sopra una pagina vuota.
Questi erano i boschi di Mario Rigoni Stern, chissà che parole userebbe per descriverli ora che se ne sono andati.
Quarto giorno del mio viaggio. Ancora una volta per iniziare devo scendere verso la pianura, ma non prima di attraversare l'Altopiano lungo la splendida ciclabile ricavata nella vecchia sede ferroviaria, e non prima di aver incontrato Alberto responsabile di Altopiano Outdoor. Alberto è l'ennesima testimonianza della voglia di fare qualcosa nella direzione giusta. Dopo aver lavorato in giro per il mondo, è tornato alla base per lanciare una proposta turistica attiva, moderna. Cose impensabili in un luogo che ancora vive dei fasti degli anni passati, quando andar a sciare ad Asiago era cosa da alto borghese. La sua testimonianza è intrisa dei sentori che ho sentito troppo spesso in altre parti della regione. Scollamento totale tra la realtà e l'immaginario governante. Lo saluto e in qualche modo lo invidio per quello che è riuscito a fare.
Valter è lì che gironzola in sella alla sua bici da corsa, ci guardiamo e capiamo immediatamente che io cerco lui e lui cerca me. Ci salutiamo come vecchi amici che non si vedono da anni. Partiamo per un giro allargato per arrivare a Malo, paese nel quale vive e che è il motivo del nostro incontro. Valter è presidente dell’associazione Luigi Meneghello, uno dei più importanti scrittori veneti e Italiani. “Libera nos a Malo” è il suo libro più conosciuto ed è anche merito di questa lettura se anni fa iniziai ad allargare i miei giri in bici. In quell'occasione partii prima dell’alba senza alcuna traccia, con un attacco artigianale per fissare lo smartphone al manubrio che saltò via al primo dosso, direzione Altopiano di Asiago, via Malo per annusare le storie meneghelliane. Storie e luoghi che ora Valter mi spiega e mi indica. Sono stregato e questa è l’esplorazione che cercavo.
Persone e luoghi; luoghi e persone
Finora mi son sempre tenuto alla larga dalle grandi arterie automobilistiche. Certo, nella pedemontana un piccolo assaggio del traffico produttivo l'ho avuto, ma qui in questi tornanti che da Malo salgono a Priabona, sto toccando con mano cosa sia il via vai compulsivo. Una strada che sulla carta sembrerebbe secondaria, trasformata in una tangenziale metropolitana, dove i ciclisti sono moscerini che si schiantano sui parabrezza. Ad ogni tornante sulla sinistra, sento musi inferociti che si avvicinano, scalano nervosi e sbuffandomi sulle cosce, mi sorpassano all'interno sputandomi addosso il loro fiato mortale. Le dinamiche cambiano per i tornanti a destra quando le fiancate multicolori dei furgoncini e dei camion, mi lasciano giusto lo spazio vitale per far scorrere le mie ruote tra la striscia bianca e il ciglio della strada.
La figura di Alberto, il montecchiano, seduto sulla panchina al valico di Priabona significa salvezza!
Usciamo dalla stradina e scorgo il cartello che ne riporta il nome: Via Palù. Toponimi. Nome proprio di un luogo geografico...studio del significato e dell'origine di un nome proprio. La mente salta subito a qualche chilometro più indietro, a qualche grado di longitudine più a Est. Otto anni fa l'incontro con l'antropologa Nadia Breda, autrice di "Bibo - dalla palude ai cementi".La serata magica durante il GeoTransect proprio nel campo vicino ai Palù di Conegliano, sfregiati, sbregati in due dal moncone autostradale è ancora fermamente impressa nella mia mente e penso anche in tutte quelle dei partecipanti.
Stessa storia, stessi toponimi, stessi metri cubi di cemento smarzo.
A pochi metri il cancello della Miteni, l'azienda inquinatrice, responsabile del più grande inquinamento idrico di tutta europa. Qui, ormai è tutto marcio, tutto da buttare, tutto impregnato da PFAS. La poscola è stato il mezzo per trasportare a valle la sostanza cancerogena. Nonostante questo poco più a valle si scavano i sedimenti, che ormai saranno antiaderenti, per far posto ad un tratto interrato della nuova strada. Poco più a valle si spostano sorgenti storiche. Poco più a valle si mettono reti rosse da cantiere ad un monumento dei caduti. Poco più a valle si beve acqua mortale.
Finalmente senza sole, anche se l’aria è pesantemente umida salgo lento immerso nel bosco di questa fetta del Parco naturale Regionale della Lessinia. E’ ormai mezza mattina, e queste strade offrono ancora lunghi momenti di silenzio che ad un tratto mi fanno fermare la bici, prendere il telefono in mano, cercare una delle mie canzoni preferite Hard Sun di Eddie Vedder e ascoltarmela in santa pace
Arrivo a Camposilvano per gustarmi la bellezza della Valle delle Sfingi. Rettifico, la voglia mi rimane perchè scopro che l’accesso è chiuso. Non capisco il motivo della chiusura, visto che ancora figurano nella lista ufficiale dei geositi regionali, finché non parlo con Lidia, la titolare del ristorante dove decido di sostare. Lidia ha deciso di credere nel turismo in questa fetta di Lessinia ed ora gestisce con la famiglia questo bel locale a Camposilvano. Mi spiega che la valle delle Sfingi è su proprietà privata e a causa della maleducazione dei visitatori e della mancata collaborazione con le guardie forestali, il proprietario è stato costretto a chiudere il varco.Attraverso le valli, risalgo versanti, ma il leitmotiv rimane uguale.
Devo abbandonare la Lessinia, altro mondo, altro Veneto. Scendo lungo una di queste dorsali che testardamente ho cercato di scavalcare. Scendo tra campi gialli appena mietuti. E’ un paesaggio diverso, proprio di questa fetta tra l’Adige e il Trentino. Ancora una volta la sensazione di essere indietro con il tempo, ma un indietro forse più sano di molte modernità. Un orgoglio territoriale che rende la Lessinia ancora poco turistica
Non seguo più la traccia, mi ispiro dal territorio che conosco a grandi linee. Attraversandolo così, senza particolare fretta e senza macchine attorno, mi fa imparare un sacco di toponimi che mai avrei conosciuto, e mi riporta ad un senso umano delle distanze, delle dimensioni territoriali. Incontro albare che segnano ancora le proprietà, che forse sono ancora punto di riferimento, o per lo meno lo spero.
Decido di avventurarmi lungo la ciclabile delle città murate per vedere in che stato pietoso si trovi e con una minima speranza di trovarla meglio dell'ultimo passaggio di un anno fa. Il percorso affascinante, che coniuga bellezze storico culturali a scenari di paesaggio idraulico-agragrio, costituirebbe, con l’anello ciclabile dei Colli Euganei, un perfetto doppio anello per scoprire il territorio della bassa padovana.
Si parte, direzione Sacca degli Scardovari alla foce del Pò. Pedalo con Francesco, amico che si sta impegnando per concretizzare l’idea di cicloturismo nel territorio Euganeo. Tagliamo la bassa per cercare di allinearci il prima possibile con l’argine maestro, passando per piccoli e affascinanti borghi sperduti nella campagna polesana. Attraversiamo l’Adige, ultima salita prima di incontrare il Pò.
Fortunatamente i temporali notturni hanno pulito l’aria, si pedala bene, anche se per un mio errore di valutazione, quelli che sulla carta dovevano essere circa novanta chilometri, si sono trasformati in più di centoquaranta
Scardovari, ecco la sacca questa fetta di terra strappata alla malaria e al mare, geosito ufficiale, è il mio arrivo. Qui si conclude il Veneto B Side. Qui si conclude la mia ricognizione in questa regione mutante, in sella ad una bici. Sei giorni a pedalare senza distinzione tra asfalto o sterrato. Sei giorni ad esplorare, ad incontrare persone. Mesi di preparazione, per ora, hanno trovato una prima conclusione, una conclusione fisica, una traccia terminata che in futuro porteranno idee, riflessioni, pensieri e magari altri viaggi. Un viaggio costruito inseguendo una mia idea, cercando un terreno di gioco fuori dalla porta per tornare ad essere bambini in esplorazione.