Loading

Il coraggio della speranza Luci e ombre nell'esperienza di Bruno Piazza

Il presente lavoro multimediale nasce dal dialogo creativo tra quattro classi terze dell'Istituto Comprensivo L. Radice-Pappalardo plesso E. Medi di Castelvetrano. 100 adolescenti hanno letto la testimonianza cruda e commovente di Bruno Piazza, interrogandosi, con la guida dei loro docenti, non solamente sull'orrore di quell'esperienza, ma anche sulla luce, fatta di amicizia, speranza e solidarietà, che a tratti vedevano filtrare dalle pagine del testo "Perché gli altri dimenticano". I ragazzi hanno tradotto i loro sentimenti in riflessioni, disegni e prodotti digitali, ma si sono anche immersi nelle luci e nelle ombre del teatro, per rappresentare con i loro corpi alcune scene del libro.

Mi avevano portato alla risiera di San Saba[...]Nel cortile, in una specie di autorimessa, erano stare costruite delle celle angustissime, i cosiddetti "Bunker"[...] Nel bunker dovetti sdraiarmi sul tavolaccio, sotto l'abbaiante luce della lampada elettrica.

Ma ero fortunato mi spigò la sentinella, perché tutti quelli che finivano là dentro venivano prima bastonati e a me invece le percosse erano state risparmiate. E un'altra fortuna mi aspettava. Sul tavolaccio, portato da non so che mani pietose, trovai un pacchetto di sigarette e una scatola di cerini che mi aiutarono a passare quell'orribile notte.

Per stare in questi posti serve molta forza, si potrebbe crollare psicologicamente ed è importante trovare coraggio anche nelle piccole cose. (Baldo)

Il soggiorno al Coroneo era molto più sopportabile che alla risiera e più tardi ad Auschwitz, lo ricordavo come un paradiso.

Era il 30 luglio 1944. Sulla parete della cella leggemmo una iscrizione: "Lasciate ogni speranza, voi ch'entrate!" Ma qualcuno aveva scalfito il "lasciate" dantesco e lo aveva sostituito con "abbiate".

"ABBIATE OGNI SPERANZA" voi ch'entrate, nella cella della disperazione, la sera precedente alla deportazione.

Nella vita a volte è necessario saper lottare, anche quando sembra che non ci sia una via di uscita. Bisogna sperare: sperare che qualcosa possa cambiare, sperare che la vita ci possa dare un'altra possibilità. Dentro una cella non si può fare altro che aspettare; in spagnolo sperare si dice esperar...perchè in fondo aspettare è anche sperare. (Sara)

Nella nostra vettura c'erano 37 persone: noi sei uomini e trentun donne. Non c'era posto sufficiente per dormire tutti sdraiati e dovevamo stare in piedi o sedere accovacciati su una panchina fornitaci dai tedeschi, gentilezza inconsueta.

Cercavamo di crearci attorno un'atmosfera di euforia con discorsi pieni d'immaginarie previsioni ottimistiche e di placare così l'angoscia che ci divorava.

I deportati vivevano di illusioni e si aggrappavano a queste, per non morire di quella realtà che stavano vivendo. (Sara)

Uno sgherro tedesco ci disse con ironia: "Che ve ne pare del posto? E' di vostro gradimento?
Di fronte, a perdita d'occhio, baracche di colore verde pisello. Qualche edificio in mattoni e una casa in costruzione, pure in mattoni. Tutto avvolto in una caligine giallastra.
A terra rottami di aeroplani fracassati, tutti arrugginiti, grovigli contorti di filo spinato.
Tutto intorno è silenzio. Non si ode che il rumore dei nostri passi. I piedi affondano in una polvere gialliccia che quando piove deve diventare fango tenace.

Uno scrive le mie generalità su un pezzo di carta, l'altro mi invita a consegnargli tutto quanto possiedo: orologio, portafogli, valigia, documenti, fotografie, lettere, anelli, portasigarette, tutto insomma.

Scrosciano le docce bollenti sulla nostra pelle

Così bagnati come siamo, perché asciugamani non ce ne sono, altri fantocci in pigiama a grosse righe trasversali, bianche e azzurre, ci afferrano e ci radono il capo e il corpo.

Ora siamo come vermi, che tutti possono calpestare e schiacciare. E difatti quei mostruosi fantocci ci malmenano, ci spingono, ci insultano, ci deridono.
D' improvviso entra uno sgherro tedesco con un bastone in mano. Ordina ad uno dei fantocci, quello che rideva di più di seguirlo nella stanza accanto. Giunge un rumore di bastonate e di urla soffocate.
Sento che gli altri bisbigliano tra loro e afferro queste parole "...trenta colpi di bastonate perché lo accusano di aver fatto sparire un paio di scarpe. E non è vero."

Al Lager di Auschwitz tutti portavano tatuato sul braccio il loro numero, uomini e donne. Soltanto le numerazioni e i simboli erano differenti. Agli ebrei di razza pura incidevano il numero basso, fino al 20.000, preceduto dalla lettera A o B, a seconda della serie, con sotto talvolta un piccolo triangolo; ai deportati politici e di razza mista veniva tatuato il numero alto, oltre il 100.000.

Ora siamo numeri. Non solo il nostro nome, ma anche la nostra personalità sparisce dietro un numero che ci resterà addosso e sarà noi fino a quando ci resterà pelle sulle ossa.

Ma davvero la malvagità umana può essere così spietata da non arrendersi di fronte allo sguardo impaurito di un bambino o alla disperazione di un uomo o una donna privati della loro dignità? (Gaia)

IL MIO NUMERO ERA 190 712 NUMERO FORTUNATO

Durava fino a che l'aguzzino non aveva fatto il giro di tutte le baracche e le file si dovevano sciogliere soltanto dopo che tutto il campo era stato passato in rivista.

Il mio amico russo mi fece segno di avvicinarmi. Mi aveva scorto da lontano, alzando per caso gli occhi tra un cucchiaione e l'altro della sua zuppa. Tovarisc, vieni, "mi gridò" ce n'è anche per te! Mi avvicinai a lui con un timido sorriso. Avevo una fame terribile. "Grazie" gli dissi, "non mi sento di mangiare. Mangia tu ne hai diritto." Finse di non capire. Trasse di tasca un cucchiaio di legno e me lo ficco in mano. Mangiammo insieme, una cucchiaiata per uno, il resto di quei 10 litri di zuppa.
Uno dei lavori più duri era il Kartoffelnkommando, cioè il trasporto di pesanti sacchi di patate dai carri ferroviari ai magazzini del campo. Si cercava di evitare questo commando anche per la crudeltà del capo dei lavori.

Alcune scene del libro mi hanno proprio inorridito! Non credevo che la mente umana potesse solo minimamente concepire forme di violenza così inaudite verso i suoi simili...figuriamoci attuarle con una tale facilità e naturalezza! E, ancora peggio, gioire o inorgoglirsi di fronte agli orrori compiuti! (Federico)

Tutti gli uomini e le donne sopra i cinquant'anni, tutti i bambini sotto i quattordici, tutti i deboli, i malati , difettosi, gli invalidi, i pazzi vengono asfissiati e mandati al forno, subito dopo il loro arrivo. Quelli che sono lasciati in vita devono lavorare fino a che si esauriscono e diventano tubercolosi: è un processo più lungo, ma la camera a gas li aspetta sempre. I nazisti hanno decretato di sterminarci tutti, soltanto cercano di trarre dal nostro test sterminio il maggior vantaggio possibile per loro. Sinora di soli ebrei polacchi ne hanno bruciato cinque milioni.

Pensare a quello che alcune persone hanno provato e sofferto, mi rende triste, perché non hanno potuto vivere la loro vita con la stessa fortuna che abbiamo avuto noi. (Carlotta)

Io riuscii ad evitare quasi sempre il tormento dei bagni, con la complicità di un medico francese che mi aveva in simpatia e mi proteggeva. All'ora del bagno l'amico medico mi nascondeva nell'ambulanza e mi lavava con la benzina.

La compiacenza del nuovo capo blocco mi procurò un altro paio di calzoni. i vecchi non mi andavano più stretti, ma si erano stracciati in modo tale che non mi servivano più a niente. Quando li ebbi, ringraziai il capo stringendogli la mano e gli dissi che era un buon uomo. Andò su tutte le furie: "Dimmi quello che vuoi, e ti scuso. Ma non dirmi che sono un buon uomo. Essere buoni in questo campo significa mancare al proprio dovere. "
Con la mano il capitano mi fece cenno di voltarmi. Mi girai e nel farlo i calzoni mi furono d'inciampo e vacillai. Quando ritornai nella posizione di prima il dottor Mangherle era passato avanti, ma lo scrivano mi alzò il braccio sinistro e, avvicinandoselo agli occhi, segnò sul taccuino il mio numero: 190-712. Ero condannato a morte.

"JOSEPH LEVI, DI VIENNA" "LANCINEK, POLONIA" "FRIEDMANN,DI VIENNA" "BRUDGINSKY, POLONIA" "SALOMONE PLUKKER, OLANDA" "MAYER, DI PARIGI". Poi altri tre nomi polacchi o ungheresi, non rammento quali. ENRICO MORPURGO, DI TRIESTE" "BRUNO PIAZZA DI TRIESTE"

Pensavo che fossero essi i condannati e che gli altri per il momento potessero considerarsi salvi. Era tutto il contrario. Qualcuno doveva aver compreso meglio e si udì gridare : "Fanno uscire i misti e i deportati politici. Noi undici rimanemmo fuori dalla baracca per alcuni minuti, vicino ad un autocarro con i fari accesi. QUELLA NOTTE VENNERO UCCISI MIGLIAIA E MIGLIAIA DI EBREI.
Si chiamava Luigi Ferri, ma tutti lo conoscevano come Luigino. Un medico viennese, che si era fatto un buon nome al lager, si prese cura del ragazzo e lo tenne in luogo del figlio, finito al crematoio, assieme alla moglie.[...] Luigino era un giovane italiano, intelligente e svelto e divenne mio amico. Luigino non era ebreo, non aveva nessuna accusa politica, ed era un bel ragazzo, con lunghi occhi scuri e un sorriso simpatico, sempre sulle labbra. Quello di Luigino anzi era l'unico sorriso, fra quei visi ghignanti.

Qualcuno trovò una mezza candela....

La notte del 27 gennaio 1945 i russi entrarono finalmente nel campo di Auschwitz- Birkenau. Ricevettero accoglienze entusiastiche. Vennero nelle baracche, si avvicinarono ai nostri letti e noi li abbracciammo.

UN CAPITANO , PARLANDO TEDESCO, CI DISSE: " IL VOSTRO MARTIRIO E' TERMINATO E NON AVETE PIU' NULLA DA TEMERE. VI DIFENDEREMO, SE OCCORRE, CON LA NOSTRA VITA. NESSUN SOLDATO TEDESCO METTERA' PIU' PIEDE QUI DENTRO PER TORTURARVI"

Devo soltanto accennare al gran cuore di tutti coloro che incontrammo e che ci aiutarono in tutti modi, sicchè non avemmo mai, durante il viaggio, a soffrire la fame. la popolazione di ogni località, dal più umile al più ricco, dall'alto ufficiale al soldato semplice, tutti ci colmarono di attenzioni e premure.

Ho ritenuto la lettura di questo libro molto interessante non solo per il racconto dei drammatici eventi storici vissuti dal protagonista, ma soprattutto perché ho compreso meglio l'animo delle persone che hanno provato sulla loro pelle la tragedia della Shoah. Spesso i deportati sono tristi e malinconici, consapevoli dell' ingiusto destino che li attende; altre volte però, nonostante le atrocità a cui sono sottoposti, non perdono la speranza e la fiducia nel genere umano. Basta un semplice gesto come un tozzo di pane in più o un indumento meno lacerato per restituire ai deportati la certezza che, fortunatamente, gli uomini non sono tutti uguali. Anche in quell'inferno esistono delle anime pietose, che cercano di alleviare le sofferenze ingiustificate a queste povere vittime. (Nicola)

LA STORIA DELLA CRUDELTA' TEUTONICA AVEVA SCRITTO UNA NUOVA PAGINA D'INFAMIA E D'OBBROBRIO, SULLA QUALE NON SCENDERA' TANTO PRESTO IL VELO DELL'OBLIO.

Created By
valentina sparacia
Appreciate