Loading

Etiopia, i Mursi nella valle dell'omo river

I Mursi

I Mursi vivono nel sud-ovest dell’Etiopia, nella valle del fiume Omo, situata nella depressione del rift, in prossimità della frontiera con Sudan e Kenya. Sono una delle etnie con cui siamo entrati in contatto nel viaggio “Omo River”, vivono ancora in maniera ancestrale, con singolari usi e costumi solidamente radicati. I Mursi sono meno di 10.000 e sono tendenzialmente nomadi, dediti soprattutto alla pastorizia. Sono i più fotografati tra le tribù dell’Omo. Si spostano alla ricerca di pascoli e acqua per il loro bestiame, a seconda delle stagioni, tra la Pianura di Tama ed i monti Mursi, all’interno del Parco Nazionale del Mago. Coltivano sorgo, granoturco, fagioli e ceci. Si dedicano alla caccia con estrema abilità. Sono divisi in 18 clan e parlano una lingua cosiddetta Surmica. Hanno pochi contatti con le altre tribù. Stabiliscono i loro villaggi presso corsi d’acqua dove coltivano piccoli appezzamenti di terra. Questi piccoli villaggi consistono di una ventina di capanne di piccola taglia (meno di 1,20 m di altezza), costruite su un telaio d’acacia e coperte di paglia. In questi rifugi rudimentali, stretti gli uni contro gli altri, dormono in un’assenza totale di comfort con soltanto una pelle di mucca stesa al suolo. Hanno la fama di essere valorosi e feroci guerrieri e per recarsi nei villaggi Mursi è necessario essere accompagnati da guide locali introdotte e affidarsi alla loro mediazione. Nelle visite alle varie etnie c’è sempre stata una mediazione da parte del nostro ottimo autista/guida (eravamo solo in 4 con una jeep) con una regalia al villaggio visitato. Ma dai Mursi non è bastata la nostra guida, la nostra visita è stata organizzata da un’ambiguo personaggio con pettinatura rasta che ha trattato per ogni singola foto. E’ da mettere in conto che sull’Omo le foto si pagano, nel 2015 era 5 Birr la tariffa, ma di solito si contratta con il soggetto interessante e c’è modo di interloquire direttamente, cercando il contatto umano e rendendo la cosa un pò meno prosaica. Dai Mursi, motivata dall’aggressività di quest’etnia, abbiamo dovuto sottostare a questa pratica fastidiosa.

Hanno la fama di essere valorosi e feroci guerrieri e per recarsi nei villaggi Mursi è necessario essere accompagnati da guide locali introdotte e affidarsi alla loro mediazione. Nelle visite alle varie etnie c’è sempre stata una mediazione da parte del nostro ottimo autista/guida (eravamo solo in 4 con una jeep) con una regalia al villaggio visitato. Ma dai Mursi non è bastata la nostra guida, la nostra visita è stata organizzata da un’ambiguo personaggio con pettinatura rasta che ha trattato per ogni singola foto. E’ da mettere in conto che sull’Omo le foto si pagano, nel 2015 era 5 Birr la tariffa, ma di solito si contratta con il soggetto interessante e c’è modo di interloquire direttamente, cercando il contatto umano e rendendo la cosa un pò meno prosaica. Dai Mursi, motivata dall’aggressività di quest’etnia, abbiamo dovuto sottostare a questa pratica fastidiosa.

Valorosi guerrieri

Per i Mursi il combattimento e la lotta costituiscono la forma più alta di prestigio e di rispetto: la forza, nella sua dimensione più violenta, è considerata l’espressione massima di valore e di potenza. Il Thagine, è il combattimento con lunghi bastoni (che prendono il nome di Donga), la cui punta arrotondata ricorda il simbolo fallico. E’ una feroce arte marziale dove l’unico limite da non oltrepassare è quello della morte, per il resto qualsiasi colpo è ammesso ed il sangue, di conseguenza, scorre a fiumi. A volte alcune cicatrici sui corpi dei lottatori rimarranno per la loro intera vita. Colui che vince verrà portato in trionfo dai componenti del villaggio, sarà rispettato da tutti ed ammirato dalle donne.

Il piatto labiale

Le loro donne sono famose per l’utilizzo del piatto labiale, che spesso inseriscono anche nel lobo delle orecchie (anche se di dimensioni più contenute).Questi dischi di argilla (“debbi”), decorati con disegni geometrici e colorati con sostanze naturali, arrivano a misurare anche 16 centimetri di diametro. Le ragazze, sin da giovanissime, praticano un’incisione (in genere) nel labbro inferiore, assistite dalle donne più anziane, inserendo prima cilindri in legno di diverse dimensioni (dai più piccoli ai più grandi), per poi giungere ad indossare il piatto in terracotta, dotato di una scanalatura lungo il bordo esterno. Le donne, a causa della scomodità nell’indossarli, li inseriscono solo quando sono in presenza degli uomini o per particolari ricorrenze. Di solito lasciano pendere tranquillamente il labbro inciso, come se fosse la cosa più naturale del mondo. L’asportazione degli incisivi è comune a tutte le donne Mursi (questa pratica è presente anche in altre etnie, in diversi paesi dell’Africa) ed è adottata, oltre che per facilitare l’introduzione del piatto, anche per consentire l’alimentazione forzata nei casi, spesso comuni, di complicazioni derivate dall’aver contratto il tetano. La teoria più credibile sembra considerare il piatto labiale un incontrovertibile simbolo di identità tribale, una sorta di “iniziazione” della donna Mursi che dalla pubertà passa alla fertilità ed alla maturità. Oggi l’indossare il piatto è sinonimo di bellezza: più è grande, più la donna è affascinante e corteggiata. Secondo alcuni antropologi questa consuetudine sembra che sia nata nel periodo della tratta degli schiavi, proprio per scoraggiare questi crudeli mercanti dal rapire e deportare le donne che, in tal modo, ai loro occhi apparivano deformi e di conseguenza venivano scartate

La scarificazione

Molte donne Mursi, come tantissime donne e uomini appartenenti alle diverse tribù della Bassa Valle dell’Omo, praticano la scarificazione del corpo (la chiamano “Icioà”) per apparire più attraenti: consiste nel taglio sottopelle ed è una pratica dolorosa e non priva di rischi, viste le condizioni igieniche non certo ideali. Così come per altre tribù, sopportare il dolore senza lamentarsi viene considerato un segno di forza. Si disegnano prima sul corpo, con un legnetto intriso di gesso ed acqua, i punti dove effettuare i tagli con la lametta, poi si alza la pelle nel punto contrassegnato con un rametto spinoso e si incide. Si cosparge la ferita con cenere ed acqua o polveri derivate dalla macinazione di radici particolari (dal nome “Urasa”). Le cicatrici che si formeranno quando il taglio si sarà rimarginato, daranno vita ad un tatuaggio a rilievo di particolare effetto. Spesso, per contenere il sangue che sgorga copioso dalle ferite, si cinge di foglie il punto dove si effettuano le incisioni.

Gli ornamenti

Come molte altre tribù della Valle dell’Omo, anche i Mursi includono nella fattura delle loro vesti vari materiali animali come piume e ossa. Le donne di questa etnia amano adornarsi il capo ed il viso con acconciature stravaganti: zanne di facocero o di altri animali uccisi, gusci di lumache, zucche, piume, bacche colorate, conchiglie di fiume, monili di metallo intrecciati con pelli di animali. Hanno il seno scoperto e indossano gonne di pelle ornate con cipree (conchiglie che, sino a pochi decenni fa, erano considerate moneta di scambio) o perline colorate. I braccialetti sono estremamente variabili in grandezza e forma e rappresentano lo stato sociale della donna. Sia gli uomini che le donne si cospargono il corpo di cenere nel tentativo di proteggersi dalle punture delle zanzare, molto fastidiose in questo territorio. I giovani guerrieri Mursi, dopo aver superato le prove di iniziazione, si fanno scarificare il caratteristico tatuaggio a forma di rondine sull’avambraccio. Spesso anche gli uomini si adornano il capo con grandi orecchini di metallo e zanne di animali, oltre che con piume.

Created By
FABRIZIO VANZINI
Appreciate

Credits:

Un sentito grazie alla nostra guida/autista.